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lunedì 5 gennaio 2009

I figli feriti di Altavilla


di Tiziana Rubano


Una sera dell’estate scorsa, mi trovai, quasi per caso, seduta ad un tavolino del bar centrale di Piazza Castello con alcuni vecchi amici, qualche faccia nuova e altri conosciuti nel pomeriggio. Tra i mille discorsi affrontati quello che fece scaldare maggiormente gli animi fu, come è immaginabile, l’abbandonare o meno Altavilla per cercare la propria realizzazione lavorativa e umana altrove. 

Premetto che, per quanto possa amare Torino mia città natale, vivo la lontananza dal paese come se fosse un esilio,  dunque mi colpì particolarmente un ragazzo, non più giovanissimo che, con aria di sufficienza, si inserì nella discussione gettando un fiammifero acceso sulla benzina che fuoriusciva dalle nostre bocche: “Io torno in estate per vedere mia madre, il giorno in cui lei ci lascerà non metterò più piede qui”. 
Il ritorno quindi vissuto come richiamo di sangue. Nessuna nostalgia per la terra, l’odore, le abitudini, le tradizioni. 

Provai a farlo ragionare. 
Io che, nella fredda città piemontese, non passo giorno senza rivolgere a sud un malinconico pensiero. Io che mi addormento ogni sera chiudendo gli occhi alla ricerca di quella pace, che forse voi chiamate tedio, ma per me è impossibile da trovare altrove. Mi resi conto da subito che mi accingevo ad un confronto già perso in partenza. Percorrevamo al contrario due linee parallele che non si sarebbero mai incontrate. Lui fuggito dalla quotidianità noiosa e alienante del paese natio, io attratta da una forza proveniente dalle viscere più profonde di quella terra. Entrambi provammo a sostenere le nostre tesi. Aveva le idee ben chiare. Non era solo la mancanza di lavoro la causa del suo allontanamento, ma soprattutto la “gente”. 
La gente, gli altavillesi. Persone strane. Iniziò con l’espormi un esempio dalle fondamenta poco solide: “Odio stare in coda alla posta ed essere superato da chi è appena entrato perché amico del cassiere o del direttore o di chicchessia”. E’ vero succede e non solo ad Altavilla, ma proprio qualche giorno prima ero stata in posta e il cassiere si era prostrato per aiutarmi a risolvere un problema senza neanche conoscere il mio nome. Mezz’ora dedicata a me e nessun lamento di chi era alle mie spalle. Anche questo succede, a Torino no, non c’è tempo, si va di fretta, ritieniti fortunato se ti vengono concessi un paio di minuti. Mi raccontò di situazioni politiche particolari, di clientelismo, di nepotismo e così via. 

Lo bloccai. Non mi interessava. 
Non è solo la classe politica che fa il paese, come la terra è di chi la lavora, il paese è di chi lo vive. Su questo punto ci trovammo d’accordo, ma proprio questo punto lo infervorò ulteriormente. Ad Altavilla manca la voglia di evolversi, sbraitava. 

Ad Altavilla manca la forza di vivere la propria realtà, lo corressi, e questo vuol dire renderla il più gradevole possibile. 

Ho visto amici impegnare anima e corpo per organizzare un qualsiasi evento e avere come risposta sguardi vuoti e ghigni neanche troppo soffocati dalle stesse persone che, passeggiando su e giù per la piazza con le braccia conserte, lamentano la mancanza di stimoli. Ho visto giovani  costretti a chiudere locali soffocati dall’invidia. Ho visto, da un’estate all’altra, sparire il “campetto”, la “foresta” e così via. Per giocare una partita a tennis bisogna emigrare ad Albanella. Per andare in un locale alternativo bisogna arrivare al mare. Per ballare non ne parliamo. Ho scoperto dell’esistenza degli scavi di San Lorenzo preparando un esame di archeologia medievale a mille chilometri di distanza. 

Perché ad Altavilla, a differenza di altri paesi, anche limitrofi, nulla di positivo riesce a durare? Chiesi. 
“Per via della gente” fu la risposta unanime che s’innalzò da quella piccola tavola rotonda improvvisata. La gente. Ma chi sarà mai questa “gente”? La “gente”, elemento astratto e inafferrabile, si è inserita nella mia vita da quando ragazzina in vacanza ad Altavilla sentivo ripetere “Non stare davanti al bar se no la gente…Non stare in piazza fino a tardi se no la gente….Non uscire con quello perché porta l’orecchino se no la gente…”. Una litania che a me suonava come un bombardamento di timori esasperati ed esasperanti. Immaginavo gruppi di persone ferme agli angoli delle strade in attesa del mio passaggio per poi bisbigliarsi cattiverie all’orecchio e lanciarmi anatemi. Solo una persona, nella mia famiglia,  riusciva a sdrammatizzare. Mio nonno materno, forse forte della sua esperienza americana ironizzava ribadendo che “le critiche giunte alla fine del paese non possono che tornare indietro”, dunque tragitto breve e pochi giorni di sopravvivenza. Così, negli anni, pezzo per pezzo sgretolai l’immagine fantastica e fantasiosa che avevo creato della gente. 

Alla fine gente, la gente siamo noi, la gente siete voi. La gente siamo tutti e tutti dobbiamo guardare nella stessa direzione. E’controproducente ridere di chi con impegno lavora per migliorare quello di cui tutti godiamo, che si tratti dell’apertura di una nuova attività o dell’organizzazione di una serata di festa poco importa, ogni briciola è parte di un pezzo di pane che poi sazierà un po’ tutti. E’ controproducente crescere i figli con il mito del Nord ricco e efficiente, al contrario facciamoli innamorare delle loro origini al punto che li sentiranno sempre imprescindibili dal proprio essere, anche perché, una volta partiti, non solo non mangeranno fusilli al pranzo della domenica o struffoli la sera di Natale, ma vivranno lontani dal calore che unicamente la propria terra e la propria gente possono donare e inevitabilmente, strappati dalle loro radici e da tutto quello che è la loro storia saranno persone a metà, forse con un lavoro più sicuro, forse, ma pur sempre persone a metà. 
“E’ facile per voi, con uno stipendio fisso a fine mese, suggerire agli altri come dovrebbero reagire di fronte alle difficoltà imposte dalla propria situazione”, mi hanno attaccata, quasi all’unisono, i partecipanti, via via sempre più numerosi, di quella intensa conversazione estiva. Questo è indubbio, ma credetemi, quassù è raro leggere negli occhi di qualcuno quel senso di appartenenza che traspare dai vostri e l’essere parte di una comunità, quest’ultima intesa come gruppo di persone che condividono qualcosa di importante, è il primo passo verso la realizzazione di qualsiasi progetto, è impresa titanica scalare una montagna in solitudine.  

Non so se quella sera di mezza estate sono riuscita a convincere il mio nuovo amico, certamente lui mi ha lasciato una riflessione che giro a voi con la speranza che troviate le risposte che vagano, da mesi ormai, negli strati più bui e profondi della mia mente.  

Apparirà retorica, ma come può un paese sito alle porte del Parco Nazionale del Cilento, con alle spalle dei monti superbi e di fronte una delle coste più belle d’Italia, con un centro storico invidiabile e una vista sulla piana del Sele da togliere il fiato, con un potenziale immenso e assopito, in attesa da anni di essere sfruttato, lasciare che i propri figli fuggano e che lo facciano con il desiderio di non tornare più, quasi, e questo mi viene da pensare, a scappare da un amore troppo grande, un amore che li ha delusi, li ha feriti , li ha lasciati andare dandogli probabilmente anche un leggera spintarella sulla schiena per facilitarne il distacco…

Tiziana Rubano

10 commenti:

  1. Ha ragione Tiziana. Le meraviglie fra storia e leggenda del mio territorio non le ho imparate a scuola e forse neanche in famiglia.
    Occorrerebbe innanzi tutto recuperare l'amore per la nostra terra all'interno della famiglia e delle istituzioni.
    Chi vive lontano dalla sua terra questo amore lo sente scorrere forte nelle vene.
    Il benessere del posto in cui viviamo è nostra responsabilità. Quella "gente" ferita siamo noi. E possiamo riscattarci in qualsiasi momento.
    Basta aprire gli occhi con sguardo nuovo per vedere all'orizzonte una nuova Altavilla.

    Che ne dite?

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  2. Francesco Tesauro6 gennaio 2009 15:55

    Cara tiziana,hai davvero scritto un pezzo che riassume davvero tutto.Ti"correggo"solo in un punto:la"gente" non è una cosa astratta ma un alibi!quando non si riesce la colpa è sempre della gente!come se quei quattro pettegoli che sono rimasti in piazza rappresentassero un'intera comunità.Io voglio lottare per ridare dignità alla mio paese alla mia GENTE,che per me è rappresentata dal contadino che alle 5 si sveglia per innaffiare il raccolto e in piazza non ha mai messo piede,è rappresentata da chi è andato via e porta nel cuore il nostro paese pur vivendo in città in cui non manca nulla,è rappresentata da chi professionalmente svolge il proprio lavoro,dall'operatore ecologico al notaio...La GENTE quella che bisbiglia non ha mai contato nulla.è ora di sferzare le menti,di risvegliare una coscienza critica che è in letargo da tempo;è ora che chi ci governa inizi a capire che NULLA sarà più lasciato al caso.Prendiamoci sulle spalle questa responsabilità:svegliamo questo paese.io ci sto.
    francesco tesauro

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  3. L'intervento di Francesco mi fa pensare che i figli di Altavilla hanno ancora saldi dentro di sé i valori della propria terra...Bisogna solo "radunarli", giusto? ; )

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  4. Bello l’articolo di Tiziana, ma definisco splendido il commento di Francesco perché dimostra che ad Altavilla ci sono le risorse per incominciare a fare un nuovo discorso per abbandonare quella strada che sta portando il paese nel baratro. Tirare in ballo “la piazza e i piazzaiuoli ” o l’inefficienza dell’amministrazione comunale è solo un paleativo per continuare a vivere in una situazione stagnante che fa comodo alle lobbyes paesane.
    Basta ben poco per fare qualcosa di veramente serio per il paese, ci vuole solo buona volontà e disponibilità per incominciare ad affrontare, coinvolgendo tutti, le singole problematiche che assillano il comune.

    Io sono disponibile, nei miei limiti, ad aiutare chiunque abbia intenzione di fare un discorso serio che possa valorizzare Altavilla riscoprendo la storia e le tradizioni che sono quasi scomparsi.
    Mi auguro che altri giovani, come Francesco, siano propensi ad affrontare queste tematiche.

    Bruno Di Venuta jr.

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  5. Le persone che hanno a cuore questo paese ci sono eccome;il problema è che la nostra forza si dissolve in mille rivoli,perchè viviamo tutti in realtà diverse.Come suggerito da Diomira,BISOGNA creare una rete che ci tenga in contatto.Solo cosi si può davvero contare qualcosa.Diomira tu che sei più esperta di questi social network(si chiamano cosi?) ci spieghi come funziona?Si potrebbero organizzare degli incontri"virtuali"nei quali discutere tutti insieme?
    f.t.

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  6. Rispondo al commento di F.T. iniziando una nuova discussione nel post "I social network come strumenti di incontro tutt'altro che virtuale..."

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  7. Tiziana Rubano7 gennaio 2009 18:25

    Grazie per l'attenzione prestata a ciò che ho scritto.
    Stamattina sono rientrata a Torino dopo una settimana passata ad Altavilla e, a parte la rabbia per aver lasciato un tempo primaverile ed essermi ritrovata in una città sommersa dalla neve e la solita angoscia dei miei viaggi di ritorno, questa volta il mio umore è diverso. Diverso perchè, pur avendo nuovamente constatato lo stato di quasi abbandono del nostro amato paese, ho conosciuto persone (fisicamente e virtualmente) che, come me, sono seriamente intenzionate a dare una svolta all'attuale stato di cose.
    Dunque uniamo le forze e andiamo avanti. Io, come Bruno, sono disponibile per qualsiasi discorso serio che possa portare alla realizzazione di un qualsiasi progetto costruttivo per Altavilla.
    Per Francesco: sono perfettamente in sintonia con ciò che hai detto, l'ho solo espresso in altri termini. Ho sentito parlare molto bene di te, spero di conoscerti presto.
    Per Diomira: Rispondo subito alla tua mail.
    Auguri a tutti di uno splendido 2009...
    Tiziana Rubano

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  8. Carissimi amici

    Ho letto i vostri pensieri su “I figli feriti di Altavilla” e devo confessarvi che mi sono commossa. Le vostre riflessioni e le idee per il futuro mi hanno riscaldato il cuore, hanno riaperto prospettive che avevo accantonato perché disillusa dai risultati.
    Negli anni passati ho provato, e in molte occasioni, a presentare idee e progetti per valorizzare il nostro territorio, mi sono rivolta a istituzioni, politici, amici……con risultati estremamente deludenti. A Salerno avevo proposto un progetto interessante, aprire una Accademia sul Turismo per richiamare nel nostro territorio studenti ed esperti da mezzo mondo…..disinteresse e incapacità totale dei politici e degli amministratori locali di capire la valenza del progetto….è stato un fiasco totale. Alla Regione Campania mi sono rivolta per presentare progetti formativi finalizzati ad inserire nel mondo del lavoro, con una qualifica professionale di alto profilo, giovani disoccupati…..non sono stata nemmeno presa in considerazione.
    Dopo l’ennesima delusione ho deciso di abbandonato tutti i buoni proponimenti e indirizzato la mia attenzione verso un altro paese, da 3 anni opero in Bulgaria dove spero di contribuire ad aiutare i giovani bulgari a trovare delle opportunità nel loro paese invece di emigrare per altri lidi. Ma non era questo che volevo, perché l’ obiettivo era quello di tornare a lavorare e trasferire le mie esperienze nella zona dove sono nata e a cui sono legata da un profondo affetto.
    In tempi non sospetti ho scritto le cose che vi riporto di seguito….credo che siano sufficienti a farvi capire appieno il mio pensiero. Comunque sia se si riaprono delle prospettive concrete contate pure su di me, ho idee, progetti ed esperienza pluriennale che potrebbe essere utile per i nostri comuni obiettivi…..risvegliare e riappropriarsi di una bellissima realtà che ha tante potenzialità.

    *********

    “Questa bambina è in partenza per una terra lontana della quale non sappiamo nulla per cui le auguriamo tanta fortuna, perché sicuramente ne avrà bisogno…….”. Così don Domenico concluse la messa della mia prima comunione ad Altavilla Silentina, in quel gelido gennaio……., gelido non per la temperatura esterna bensì per la sensazione che avevamo dentro di noi e che di lì a poco ci avrebbe condotto in Toscana, un luogo per noi incerto e privo di significati.

    Quel 17 gennaio 1957 è ancora impresso nella mia mente: salimmo su un carro trainato da buoi con le nostre valigie di cartone per raggiungere la strada principale a Cerrelli dove il pullman per Battipaglia ci attendeva. La strada che conduceva dalla nostra casa alla Scalareta, in aperta campagna, alla fermata del mezzo era tortuosa e piena di buche così grosse che ci sparivano le ruote del carro. Per di più quella mattina alle lacrime nostre e dei parenti, che stavamo per lasciare, si era aggiunta una pioggia impertinente, quasi profetica…... ma fortunatamente i loro abbracci ci dettero la forza e il calore di cui avevamo disperatamente bisogno.

    Traumatico fu l’addio ma niente in confronto all’impatto con la nuova terra. Di problemi reali ce ne furono molti: il disagio di non capire il dialetto toscano, la difficoltà nel farsi accettare, non solo dai compagni di scuola ma soprattutto dalle loro famiglie che in quegli anni etichettavano tutti gli immigrati meridionali come “sporchi napoletani”. Per ogni traguardo raggiunto ci sono stati tanti ostacoli e sacrifici da affrontare…… ma quanta soddisfazione ogni volta che riuscivo a salire un gradino di quella lunga scala; e poi a quella bambina, e a tutte le “bambine del sud” dovevo una rivincita: dimostrare che non siamo “sporche napoletane”!

    C’è un altro importante sogno nel cassetto che avrei voluto raggiungere, ci ho provato però senza successo. Questo è forse uno dei “fallimenti” della mia vita che ho accettato con meno dolore degli altri. Avrei voluto mettere a disposizione la mia esperienza professionale per aiutare i giovani della mia terra, del mio Sud, a non emigrare per altre terre, a contribuire alla loro formazione professionale per cercare di fargli trovare a casa propria uno sbocco occupazionale adeguato e rispondente alle proprie caratteristiche ed ambizioni.

    La mia è stata una sofferenza che ha lasciato tante ferite, ancora oggi doloranti, vorrei evitare ad altri giovani piangere le mie stesse lacrime. Non mi sento figlia di nessuna terra……le radici sono dove non è il mio corpo e la mia testa….è una sensazione che, se possibile, consiglio di evitare.

    Elda Lettieri

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  9. Cara Elda,

    vorrei tanto che le tue riflessioni di emigrata siano il primo atto di denuncia e di riflessione.
    Il tuo racconto è tanto più toccante nella misura della consapevolezza di quanto poco sia cambiato dal lontano 1957.
    Ma è arrivato il momento di riprendersi le proprie radici. E la strada è lunga perché il cambiamento è prima di tutto culturale, di stravolgimento di una mentalità, è il caso di dire, radicata.
    E' che credo nella buona volontà di pochi, che ora hanno modo di unirsi e rafforzarsi. Così come credo nel potere dell'informazione. E ringrazio Internet per queste cose e per averci messi in contatto con persone come te.

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  10. francesco tesauro9 gennaio 2009 19:01

    Tiziana non so chi ti ha parlato di me,ma sono contento che lo abbia fatto in termini positivi.L'influenza mi ha impedito di partecipare all'incontro che si è svolto ad Altavilla durante le vacanze,ma spero ci siano altre occasioni per discutere insieme.
    Le parole di Elda mi fanno commuovere;sono piene di rabbia e di amore verso una terra ingrata.Io ti auguro di poter mettere al servizio della comunità a cui ti senti più legata,la tua esperienza professionale il prima possibile.Tutti noi che siamo lontani abbiamo nel cuore un sogno:tornare e mettere a disposizione del nostro paese il bagaglio di esperienza che abbiamo riempito nel corso di studi o esperienze lavorative lontano dalla nostra terra.Ma si può agire pur essendo lontani...come dice Diomira,potenza di internet!

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