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martedì 26 agosto 2008

Sognando l'aspirante sindaco...


di Emiddio Mangone

L’indole moderata e la freddezza tipica degli altavillesi fa sì che molte scelte amministrative passino nel silenzio quasi totale. L’altavillese s’infervora quando cambiano itinerari a processioni o vesti alle statue ma è indifferente da 25 anni all’apertura delle storiche chiese di San Biagio e Sant’Egidio. Eppure passa per un popolo molto religioso. Il dibattito politico langue. Le sezioni di partito non esistono. L’operato degli amministratori passa inosservato anche quando aumentano le tariffe del 50% e applicano l’Irpef comunale per pensionati e lavoratori dipendenti al massimo consentito. Qualche anno fa il capogruppo consiliare della maggioranza a qualche timida puntura di spillo stizzosamente rispose che dovevamo lasciarli lavorare. L’opposizione lo ha preso alla lettera e loro imperterriti si sono scelti , con fare familiare, una bella “addetta stampa”, ed alla faccia della trasparenza!. Dal mio osservatorio privilegiato (chi mi conosce sa dove passo molto tempo) ho notato che l’articolo politico apparso sull’ultima “Collina” ha leggermente smosso le acque chete dello stagno politico.
Sicuramente si è notato il malumore di un successore, in altri momenti designato, ma ora caduto in disgrazia. Fa da contraltare l’attivismo del presidente del consiglio nostrano onnipresente nel risolvere i piccoli bisogni della gente. Dell’altro pretendente il barcamenarsi fra un partito e l’altro non giova a suo favore tra la gente.
Vox populi riferisce che lo sconfitto numero uno abbia siglato un accordo con l’attuale sindaco. A rigor di logica l’aspirante sindaco dovrebbe essere selezionato nel Pd, visto che quasi tutti i consiglieri comunali hanno dichiarato di appartenervi. Se poi alle elezioni politiche sono stati presi meno voti delle primarie , questa è un’altra storia. Molta gente è contenta dell’operato dell’assessore all’ambiente, considerando la buona gestione della “munnezza”.
Non so con quali criteri Oreste Mottola continua a mettere al centro della scena colui che non voleva diventare cerrelliano o battagliava contro i muri in mattoni rossi. E’ vero, dopo sette anni di consiliatura la gente fa fatica a ricordare qualcosa. Dei soliti noti se ne parla sempre ma non si fanno mai avanti. L’aspirante sindaco: onnipotente, onnipresente… quasi un Dio. No, Non ancora. Capace, attivo, buon conoscitore dei meandri burocratici. Amico dei deboli e dei potenti. Deve ottenere ottime capacità di entrata. Nella chiesa con i vescovi, nei partiti, nei ministeri, nelle gabbie del potere. Se fosse un animale, lo definirei come un pony… aspirante cavallo. Se fosse un albero, una pianta di fichi buoni, ma selvatici. Politico, non politico. Piccolo, grande amico, nemico affettuoso, scontroso, distante, complice, sincero, bugiardo. Basta! Ho finito gli aggettivi. Lo incontro spesso. Ne sento parlare. Sta maturando ma il tempo può anche fallire con lui. Mi tolgo lo sfizio di chiedergli sempre qualcosa, così per ascoltarne le risposte. Vado a pelle. E sono sempre attento alla mia pelle.

L’aspirante sindaco dev’essere un uomo che aggrega, propone, realizza, scava come una ruspa, crea spazi. Deve affascinare e diventare una risorsa importante per il paese. Ho la sensazione che il mio uomo voglia davvero fare il sindaco. Sono convinto della sua buona riuscita. E’ pulito, cocciuto, solenne, efficace, concreto e diplomatico. A meno che il potere non lo cambi.

Cefalonia. I due sopravvissuti altavillesi ignorati e dimenticati dalla loro Altavilla

di Bruno Di Venuta jr.

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo aver letto l’ultimo lavoro, ancora non pubblicato, di Padre Antonio Polito “L’artigliere altavillese sopravvissuto a Cefalonia.
In esso, Padre Antonio, ha voluto ricordare la figura di Biagio Paruolo, artigliere della Divisone Acqui dislocata nell’isola greca di Cefalonia nell’ultimo conflitto mondiale, scampato per miracolo, insieme al compaesano Pasquale Acito, all’eccidio perpetrato dai Tedeschi sull’isola greca nel settembre 1943.
“Dopo aver letto il suo diario di guerra”, dice Padre Antonio, “si capisce come la paura , il terrore, i sacrifici hanno “massacrato” in quei tristi giorni, e nei successivi due anni, il cugino Biagio e l’amico Pasquale. Lo scritto vuole essere un riconoscimento a Biagio Paruolo e la sua famiglia, quel riconoscimento che avrei voluto rendergli in vita cristiana ma che varie circostanze, nonché la sua morte prematura, l’hanno impedito”.

Sull’isola greca di Cefalonia fu compiuta dai tedeschi , durante la II guerra mondiale, una strage nella quale furono trucidati migliaia di soldati italiani, i superstiti furono pochissimi e tra di essi i due altavillesi. Il presidio italiano dell’isola greca all'epoca era formato dalla Divisione Acqui dell'esercito e da altre diverse compagnie per un totale di circa 12.000 uomini comandati dal Generale Gandin.
Quando l’8 settembre venne reso noto che il governo italiano, con a capo il maresciallo Badoglio subentrato a Mussolini, aveva firmato l'armistizio con gli americani le prime reazioni da parte della Divisione Acqui, consapevole del fatto che la guerra volgesse al termine, furono di grande stupore ma anche di gioia. Ma non fu così! La gioia durò poche ore in quanto, tra la notte dell'8 e del 9 settembre, una comunicazione del generale Carlo Vecchiarelli affermava che i rapporti tra tedeschi e italiani dal quel momento cessavano di essere di alleanza e che l'ex-alleato era ora da considerarsi come nemico.
Oggi, all’età di 86 anni, Pasquale Acito mi racconta, emozionato e con orgoglio, la sua triste storia: "Dopo l’armistizio avremmo dovuto attaccare i Tedeschi. Avremmo dovuto combattere contro quelle persone con le quali fino al giorno prima avevamo condiviso gioie e dolori!”.
Il generale Antonio Gandin si trovò di fronte alla consueta alternativa: o arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata. L’11 settembre arrivò l’ultimatum tedesco, con l’intimazione a cedere le armi. Gli italiani si rifiutarono ed infuriò una battaglia durata 10 giorni che costrinse gli italiani ad arrendersi. La città di Argostoli, capoluogo di Cefalonia, venne quasi totalmente distrutta. Era il 22 settembre 1943. Dopo la resa 5035 militari, di cui 305 ufficiali e il Generale Gandin, furono condotti dietro la penisola di San Teodoro presso la casetta rossa dove furono fucilati.
Pasquale Acito, caporale maggiore, si salvò grazie all’intervento di un ufficiale tedesco, che aveva conosciuto durante la collaborazione italo-tedesca. “Dopo la battaglia e la resa, noi italiani fummo raggruppati in un cortile; si avvicinò l’ufficiale tedesco e mi disse: "Accillo (così pronunciava il mio cognome il comandante tedesco) vieni con me". Insieme ad altri due commilitoni ci portò via per portare da mangiare ai muli. Dopo pochi minuti sentii le mitragliatirici tedesche che facevano fuoco sui soldati italiani prima raggruppati! Sono stato veramente fortunato e divenni prigioniero dei tedeschi, mandato al campo di prigionia di Argostoli."
"Un giorno mentre ero in fila per ritirare la razione quotidiana di viveri (“la mezza pagnotta e il litro d’acqua”) il commilitone Bilancieri di Roccadaspide, anch’ egli prigioniero, mi chiamò ad alta voce esclamando il mio cognome: “Acito, Acito”. A quel punto si avvicinò Biagio Paruolo che avendo sentito il mio cognome mi chiese da dove venissi. Quando gli dissi Altavilla, mi abbracciò forte piangendo”.
Biagio Paruolo era giunto a Cefalonia il 15 maggio 1943 ed appartenva al 33° Reggimento Artiglieri della Divisione “Acqui”. Ricopriva il ruolo di tiratore e aiutante puntatore alla guida del capitano Amos Pamploni che l’11 settembre 1943 diede ordine di aprire il fuoco contro due motozattere tedesche, che volevano sbarcare ad Argostoli, affondandole. La sorte di sparare il primo colpo, contro i tedeschi, toccò proprio all’altavillese Biagio Paruolo!
Si accese una battaglia, Biagio fu ferito ad una gamba e ricoverato nell’ospedale di campo. Questa è stata la sua fortuna, in quanto Biagio venne poi trasferito nella caserma Mussolini di Argostoli, adibita a prigione. Cosi’ Biagio sfuggì alla rappresaglia tedesca iniziata dopo la resa degli italiani.
Ad Argostoli vi erano circa 3000 superstiti italiani che il 13 ottobre furono caricati su tre navi con destinazione Pireo da dove poter raggiungere poi i lager tedeschi. Una prima nave, l'Ardena, saltò in aria al largo del porto: l'equipaggio tedesco si salvò ma degli 840 italiani chiusi nelle stive, solo 120 scamparono all'annegamento. Altre due navi urtarono contro le mine e affondarono causando la morte di circa 650 prigionieri. I pochi sopravvissuti finirono nei lager tedeschi.
Pasquale Acito racconta così l’ulteriore tragedia: “Il 13 ottobre, alle ore 11.00, fummo imbarcati insieme ad altri 1200 italiani sulla nave mercantile Alba per essere trasportati al Pireo. La nave trasportava materiale edile e vi erano numerose tavole di legno. Poco dopo la partenza sentimmo un’esplosione e un forte boato e la nave incominciò ad affondare. Io e Biagio ci precipitammo a buttare in mare tutte le tavole di legno perché potevano essere utili in quanto galleggiavano. Era il momento di lasciare la nave e tuffarci nel mare, quella notte alquanto mosso. Con Biagio decidemmo di calarci in mare attraverso una fune, se ci fossimo tuffati avremmo potuto urtare una tavola di legno con tutte le conseguenze del caso. Purtroppo la fune era corta e rimanemmo sospesi con la paura di tuffarci nelle alte onde del mare. Dovevamo prendere una decisione perché la nave stava affondando, alla fine decidemmo di lasciarci andare tuffandoci nel mare grosso. Con il tuffo avevo perso di vista Biagio. Mi aggrappai, insieme ad altri commilitoni, ad una tavola e tutta la notte chiamavo “Paruolo, Paruolo, Paruolo” ma non ebbi risposta. Le ore passavano e vedevo i miei compagni lasciare la tavola e scomparire tra le onde. Io ed altri 7 commilitoni fummo salvati da un idrovolante tedesco che fece intervenire mezzi di soccorso; ci portarono all’ospedale del Pireo, buttato su una branda e poi sul letto numero 537; rimasi ricoverato per quattro mesi. Qui seppi che dei 1200 prigionieri solo 200 furono salvati dai barconi della Croce rossa, in quei giorni nessuno sapeva darmi notizie di Biagio Paruolo.
Una volta guarito fui trasferito e destinato ai lavori forzati incominciando a peregrinare per campi di concentramento fino a raggiungere quello vicino Lipsia. In questo stesso campo era stato destinato anche Biagio Paruolo, eravamo separati da una rete metallica, ma nessuno dei due lo sapeva. Fummo liberati in aprile del 1945 dagli americani e riportati in Italia.
Ho incontrato Biagio solo quando sono arrivato ad Altavilla , mi aveva preceduto di qualche giorno. Eravamo diventati ottimi amici, purtroppo il Signore l’ha chiamato a qualche anno fa.”

E’ senza dubbio una bella storia altavillese immersa in una pagina buia della storia italiana e sconosciuta ai cittadini altavillesi. Andrebbe divulgata e portata a conoscenza di tutti. Altavilla nasconde pagine di storia importanti, ignorate dalla stragrande maggioranza dei cittadini e purtroppo nascoste e non divulgate da chi potrebbe o dovrebbe farlo!
Il presidente Pertini, nel 1980, denunciò la congiura del silenzio su Cefalonia e disse: “Questo olocausto è stato dimenticato per omertà tedesca ed ignoranza italiana”. Ancora oggi i familiari delle vittime attendono giustizia sui tragici fatti accaduti nelle isole greche. Anche se essa tarda ad arrivare comunque la memoria e il ricordo di coloro che hanno difeso la Patria rifiutando, in cambio della vita, la collaborazione con i tedeschi e con i fascisti della Repubblica di Salò rappresenta l’unico modo per rendere omaggio ai familiari e ai loro cari.

La mostra a Salerno...E ad Altavilla?
Il 24 settembre presso il Complesso Monumentale S.Sofia di Salerno si terrà la mostra “I ragazzi del ’43 – L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia e Corfù nel settembre 1943”, organizzata dalla Prof.ssa Luciana Baldassarri, docente del Liceo Scientifico “Da Procida” di Salerno. In 15 pannelli saranno rappresentati i documenti dei tragici fatti che hanno portato alla uccisione di 52 militari salernitani, in un’altra sezione della mostra saranno raccontate le testimonianze dei 15 sopravvissuti della nostra provincia, tra le quali spiccano quella di Pasquale Acito e di Biagio Paruolo.
E ad Altavilla? tutto tace! Non sarebbe il caso nella ricorrenza del 55° anniversario dell’eccidio, dare un giusto riconoscimento ai due altavillesi coinvolti nella triste avventura?


Nella foto (sulla sinistra) Pasquale Acito insieme al compaesano Francesco Cembalo in partenza per l'arruolamento a Vibo Valentia

Altavilla ha la sua principessa: Anna Carmen Calabria Cilento d’Hauteville

Se la principessa conquista la corona (senza regno), Altavilla Silentina riconquista la sua principessa

di Oreste Mottola

Altavilla è diventata Silentina qualche anno dopo l’Unità d’Italia. Prima si chiamava Altavilla del Cilento e Hauteville (nome originario del paese) del Cilento è il casato dei discendenti di Ruggero II che fu re di Sicilia dal 1130 al 1154, e c’è di di più e riguarda l’intera casa reale Normanna di Sicilia e del ramo italiano degli Svevi-Hohenstaufen.
Ora c’è il decreto del ministero degli interni: l’avvocato veronese Anna Carmen Calabria Cilento d’Hauteville discende dal casato di Svevia e può fregiarsi del titolo. «Il prestigio non c’entra, è battaglia di dignità di cui vado fiera». Che la chiamino principessa Anna non le crea imbarazzo, il titolo non aggiunge nulla a quello che, afferma, è stata l’educazione che ha ricevuto in famiglia «mentre invece per diventare avvocato ho studiato, parecchio e con impegno». Ci sono voluti anni, costellati da cause, polemiche e campagne denigratorie lanciate sul web, ma il 30 maggio a «chiudere» la vicenda della discendenza in linea retta della casa reale Normanna. Quello che legittima il diritto di Sua Altezza Reale Don Antonio Francesco Calabria di aggiungere al proprio il cognome storico Cilento d’Hauteville. Anna Carmen Calabria Cilento d’Hauteville vive e lavora a Verona, da sempre, si è laureata in Giurisprudenza a Padova dove dal 2003 è viceprocuratore onorario. L’ufficio all’interno di uno studio professionale «è il mio vanto, ce l’ho fatta», capelli raccolti e nessun vezzo, solo un filo di perle, piccole, come si confà ad una giovane della sua età. «Vede non c’è nessun interesse particolare, il titolo intendo, solo la possibilità di mantenere i valori storico araldici della mia famiglia, insomma una questione di appartenenza, il prestigio non c’entra anche perchè papà è sempre stato riconosciuto, da anni lui e il re del Marocco si scrivono personalmente», cioè senza passare attraverso le segreterie, da «pari». E in diritto internazionale l’essere accreditato equivale al riconoscimento, quello che le case regnanti hanno negli anni, come si legge nel sito di famiglia, tributato a Don Antonio Francesco.

Nella foto, la principessa Anna Carmen Calabria d'Hauteville

Borgo Carilla rinasce?


di Rino Cappetta

Chi in questi giorni si reca o si trova a passare per Borgo Carillia nota un fermento particolare, che purtroppo da anni non si avvertiva più, denso di stimoli e di aspettative, che sicuramente fa ben sperare per il futuro. Attraverso una serie di iniziative messe in atto per il 50° della sua fondazione, si nota, infatti, un risveglio sociale e culturale che mira a coinvolgere tante persone e in modo particolare i giovani. A loro ci si affida perché la storia di questo borgo, affascinante e significativa per tanti aspetti, continui a scrivere pagine importanti di civiltà per l’intero comune altavillese e per il territorio circostante.Questo movimento di idee e di attività mi rende particolarmente felice, fiero come sono sempre stato, di essere nato e cresciuto in questa terra di origini contadine, di gente onesta e seria, orgogliosa, che ha saputo migliorare la propria condizione sociale con sacrificio e responsabilità, e mi riporta agli anni dell’adolescenza e della giovinezza, quando tra Circoli culturali, Pro loco, sport e Azione Cattolica si svolgevano tante manifestazioni di vario genere e per ogni età. Si discuteva di problemi sociali e politici, di ambiente (era diventata una tradizione la “giornata ecologica” in prossimità della festa della Madonna della neve); si effettuavano gite, si animavano le feste religiose e civili, si giocava a scacchi, si aiutavano i genitori a far crescere i loro figli, ci si confrontava su questioni importanti come la fede, l’amicizia, la pace…si stava, semplicemente insieme, cercando di dare un significato alla propria esistenza e di viverla da protagonisti, con il coraggio e la libertà dell’età giovanile. Come ad esempio quando ci prendemmo una denuncia per aver forzato le porte perennemente e scandalosamente chiuse dei locali dell’ERSAC…Quanta paura, quando fummo chiamati in caserma, quanta soddisfazione quando dopo poco tempo riuscimmo a fondare, in quel luogo, un circolo culturale! O come quando il gruppo giovani di AC riuscì ad ottenere, dal Vescovo Casale, due stanze di una casa canonica anch’essa misteriosamente “inaccessibile”…Solo due esempi, tra tanti, di una generazione che non ha voluto rassegnarsi ad una mentalità di sudditanza, che ha voluto altro, che ha respirato libertà, che non ha accettato di essere “confinata” nei bar. Tra quei giovani, anche due grandi amici che non sono più tra noi, Giovanni e Giacinto, a cui, mi hanno detto, saranno intitolati il campo sportivo e una piazzetta. Giustissimo! Due figure di questo borgo che vanno additate come esempio di forza d’animo, di lealtà e di capacità, soprattutto se lo scopo è davvero un rinnovamento culturale e non semplicemente una commemorazione a fini propagandistici. Se così fosse, infatti, sarebbe un’offesa a loro e a quanti, in questi 50 anni hanno speso energie, tempo, idee, la propria vita, per rendere più bella Borgo Carillia, per farla diventare più vivibile e più accogliente, con generosità e disinteresse, orgogliosi di appartenere a questa frazione del Comune di Altavilla Silentina. Se così fosse, lo dico alle istituzioni e agli organizzatori, meglio sarebbe un dignitoso silenzio…Mi auguro che, invece, le motivazioni di questi festeggiamenti siano autentiche. Mi auguro che da esse cominci un nuovo cammino, imperniato sulla partecipazione, sull’operosità e sul senso dell’amicizia civica. Mi auguro che attraverso la riscoperta della nostra storia, giunga alle nuove generazioni un messaggio di ottimismo e di fiducia, che ridia slancio e vigore alla borgata, voglia di viverci e non di lasciarla, di credere in un futuro migliore. C’è un patrimonio da custodire e tramandare. E’ una grande responsabilità per gli amministratori. E’ una grande responsabilità per tutti. Che ognuno faccia la sua parte con serietà. Auguri di cuore, Borgo Carillia, paese mio.
Agropoli, agosto 2008

A venticinque anni dalla scomparsa di Giovanni D'Ambrosio


Il ricordo di un carabiniere altavillese amato dalla sua gente

di Franco Benedetto

Avevo nove anni quando si svolsero i funerali di Giovanni D’Ambrosio. Ricordo la mattina dei funerali, la gente che si accalcava in strada, poi uscì la bara coperta dal tricolore che strappo ai miei occhidiverse lacrime mentre lentamente il corteo si dirigeva verso la chiesa per l’ultimo saluto.Giovanni era mio dirimpettaio, suo nonno funzionario del monopolio, mentre il mio guardiano erano entrambi giunti in loco per il lavoro che offriva il nuovo stabile costruito dalla S.A.I.M. in Persano. Il padre Arturo reduce dalla guerra in Africa settentrionale dove era stato sei anni, di cui tre prigioniero dei francesi mi raccontava raccapriccianti aneddoti sulla sua vita passata. In seguito Arturo trovò impiego presso il tabacchificio, come agente di campagna e arrotondava la sua paga riparando orologi di ogni genere, molto nota la sua fama di orologiaio ha fatto girare le lancette del borgo e dei dintorni. Il figlio Giovanni iscritto al terzo anno di lingue per dare un miglior sostegno alla famiglia si arruolò nell’arma dei carabinieri. Fatto il corso a Campobasso venne trasferito al comando Grande a Roma, poi fu mandato a prestare servizio all’aeroporto di Ciampino, in seguito trasferito al ministero della difesa allo stato maggiore dell’aeronautica, e poi a Grosseto al centro radar Poggio Ballone. Pochi anni dopo esattamente 22/7/83, Giovanni morì a causa di colpi da arma da fuoco. Da giovanissimo nelle fila del G.S. Carillia e poi dirigente, fondatore del circolo culturale Carillia sul finire degli anni ’70, dove rivestì la carica di segretario mentre la sorella quella di presidente. Ancora vivo nella nostra comunità a distanza di 25 anni, il suo nome non viene dimenticato grazie ai racconti dei suoi amici ed ad una competizione calcistica che si rinnova ogni anno dove viene onorata la sua memoria e diffusa la sua immagine. Il giorno 8 agosto gli verrà intitolato il campo di calcio su proposta del vicesindaco Vincenzo Giardullo, così il nome di Giovanni resterà sempre vivo in quel rettangolo che lo ha visto protagonista, e dove meglio si consacra la sua immagine di sportivo.



Nella foto Giovanni D'Ambrosio

I cinquant'anni di matrimonio di Ada Mazzeo e Francesco Gallo

La grande famiglia sparsa per l'Italia si raduna ad Altavilla per la festosa occasione

di Fulvia Di Chiara

A Cerrelli di Altavilla Silentina, il laborioso villaggio ai piedi della “Collina degli Ulivi”, domenica, 6 Luglio mentre si svolgeva il Trofeo ciclistico “Giovanni Saponara” il non dimenticato operatore economico del luogo, si celebrava un evento familiare di grande rilievo umano, sociale e spirituale. La società del nostro tempo si evolve o, forse, involve per la povertà dei valori che dovrebbero animarla e promuoverla. Ma noi coltiviamo la speranza!
Senza togliere nulla ai pregi, che sono del ciclismo puro, quando solo idealità lo permeano, quello che ha avuto protagonisti le due famiglie Gallo – Mazzeo di Altavilla si colloca in una dimensione ben diversa e, spiritualmente, più alta nella deriva inarrestabile che agiva travolgendo l’istituto della famiglia, cellula della società e vanto della nostra cultura latina e cristiana.E’ semplice, come son semplici le cose grandi, l’avvenimento cui ho assistito ieri: Ada Mazzeo e Francesco Gallo hanno celebrato il loro 50° di felice matrimonio, una convivenza ininterrotta, senza increspature; una famiglia i cui tre figli, inseriti prestigiosamente nell’amministrazione dello Stato, rendono onore alla comunità di Altavilla.Il raduno è avvenuto nella Parrocchia del villaggio a Cerrelli per un ringraziamento a Dio, secondo la tradizione religiosa di famiglia, in una celebrazione sobria e intensa condotta dal padre cappuccino, padre Candido Gallo, fratello di Francesco e da padre Biagio Grattacaso, cugino di Ada Mazzeo. Coscienti, i festeggiati, di non dover goder da soli questa esaltante tappa della loro vita, hanno invitato al gioioso simposio fratelli e sorelle con figli e nipoti e pronipoti fino alla quarta generazione: 153 in tutto in fascia d’età racchiusa tra gli 86 anni di Salvatore Gallo e i cinque mesi mesi di Damiano, il figlio di Tatiana e di Vincenzo che vivono in Toscana nel Mugello, lì dove visse e operò Piero della Francesca. La vita aveva disperso per l’Italia i componenti delle famiglie di Antonino Gallo e di Antonio Mazzeo in cerca di migliori fortune negli anni 50 – 60; i legami non s’erano mai allentati tra loro anzi mantenuti vivi con la partecipazione a nozze, a nascite, a lauree e promozioni varie o negli incontri estivi al mare di Paestum o per qualche lutto, siccome son longevi i Gallo-Mazzeo. Ma il desiderio di incontrarsi tutti per un raduno corale di famiglia, che non escludesse nessuno si sentiva un po’ da tutti. Ed è stato ben accolto.Il ritrovarsi è stato commovente e esaltante anche per l’incontro di tante professionalità maturate negli anni in famiglia tra congratulazioni e auspici per il futuro di ciascuno.Il pranzo a conclusione dopo la cerimonia religiosa nell’Agriturismo dei Di Feo nel verde della campagna e nella cortese accoglienza che è stata offerta dai gestori, ha sottolineato il momento conviviale in un clima cordiale sereno, favorito anche dal fresco della giornata.Sgusciavano di qua e di là i più piccoli della brigata; alcuni degli adolescenti s’incontravano per la prima volta; gli adulti contemplavano gaudiosi i fatti e le vicende della famiglia, che s’era estesa tanto.Una bella e riposante sosta nel tran-tran del vivere quotidiano, mentre una profonda crisi di valori attraversa la nostra società.La stampa nazionale ed estera, intanto, e i mezzi della comunicazione sociale, proprio in questi momenti, polarizzavano, in profonda commozione, la sensibilità di tutta una nazione e del mondo intero, centellinando notizie sulla scomparsa di Federica, la giovane e bella ventitreenne padovana, scomparsa tragicamente nel nulla in una evasione giovanile in Spagna.Quale contrasto tra i due avvenimenti!Perciò, i coniugi Gallo – Mazzeo hanno voluto donare alla vita questo sereno raduno di famiglia.

La piazzetta di Borgo Carillia a Giacinto Quaglia

di Franco Benedetto

L’iniziativa nasce da una proposta del consigliere Carmine Rizzo votata ad unanimità dalla giunta comunale. La famiglia Quaglia proviene da Albanella, si è stabilita in zona sul finire degli anni ’50 in seguito ai poderi distribuiti dalla Sezione Speciale per Riforma Fondiaria in Campania.Il Tenente Giacinto Quaglia nasce ad Albanella l’11/5/1960.Dedito allo sport ha giocato con la squadra locale di calcio per diversi anni. Fin da bambino sognava di volare ed ha concretizzato il suo più grande desiderio coltivando la sua passione fino a diventare pilota nell’esercito. Giacinto si arruola a 20 anni, consegue il brevetto militare per pilotaggio elicotteri nel 1982. Effettivo dal 1983 al 4 Rgt. C.A. Altair di Bolzano. Ha volato nel cielo bosniaco, iracheno, libanese e in quello di tanti altri stati vivendo la sua vita come una missione ma senza mai privare la famiglia del suo amore.Un lungo elenco di riconoscimenti al valore militare e di partecipazione a missioni umanitarie nel suo curriculum professionale riconoscono le doti e le qualità del nostro piccolo eroe dei cieli.Mentre sosteneva le prove ginniche obbligatorie presso lo stadio Druso di Bolzano Giacinto si è accasciato al suolo, aveva appena terminato la corsa dei 2.000 m. piani. I soccorsi si sono rivelati vani e la tragedia si è consumata in fretta. Un infarto aveva appena stroncato una giovane vita creando un vuoto in una piccola borgata del sud. Chi lo ha conosciuto non lo dimenticherà e continuerà a portarlo nel cuore. Una piazza ricorderà il suo nome immortalandolo nella memoria collettiva della comunità.

I dodici anni di "Altavilla viva in Brasile"

di Ezio Marra*

L'Associazione "Altavilla viva in Brasile" completa quest’anno, nel mese di agosto, dodici anni di attività a San Paolo del Brasile, orgogliosa del proficuo lavoro svolto sempre mirando al rafforzamento dei legami e della convivenza tra i nostri connazionali, specialmente campani, con lo scopo di mantenere sempre più viva la fiamma delle nostre tradizioni e delle nostre origini. Inoltre, nel campo culturale e sociale, l’Associazione svolge una attività incessante per la divulgazione della nostra cultura e cerca, con grande tenacia, di assistere i connazionali meno fortunati economicamente, di modo che sia sempre vivo e presente il sentimento di fraterna solidarietà nel seno della nostra comunità. E pensare che l'Associazione è nata casualmente. Se non fosse l’ entusiasmo del collega avvocato Piero Di Matteo e del sempre presente e caro amico giornalista Oreste Mottola (fondatore di "Altavilla viva", ndr.), oggi a San Paolo non ci sarebbe questa piacevolissima e concreta realtà che è "Altavilla viva in Brasile". Già alla sua nascita, la novella Associazione mostra la sua grinta e partecipa attivamente, insieme ad altre associazioni italiane presenti sul territorio, ad una campagna, che risulterà vittoriosa, per l'insegnamento della lingua italiana nelle scuole brasiliane. Nel campo della cultura, vengono promossi eventi come mostre, dibattiti e manifestazioni di carattere musicale. L`ormai tradizionale spettacolo musicale “Stasera simme a Napule” che viene realizzato tutti gli anni, riscuote un grande e indiscutibile successo, con un mare di animatissimi partecipanti, registrando sempre il tutto esaurito. Di grande importanza é la festa della Befana, con distribuzione di giocattoli, leccornie e doni vari, a bambini di famiglie di emigranti, in situazione difficile economicamente. I viaggi in Italia per gli emigranti e dei loro discendenti, per rivedere o conoscere il Bel Paese e, ovviamente, la nostra Altavilla, sono curati e incentivati. Inoltre, "Altavilla viva in Brasile” è stata la prima Associazione campana a festeggiare il Giorno Mondiale del Emigrante Campano (15 marzo), in terra brasiliana, con un vasto programma di iniziative. Da citare specialmente l´allestimento di una galleria di arte con opere di artisti campani e il grandioso spettacolo musicale, che ha riscosso un entusiasmante successo.Con tutto questo bagaglio di realizzazioni alle spalle, Altavilla viva in Brasile, vuole di più. Molto di più.Consapevole che i figli dei nostri emigranti sono ormai integrati nel Paese dove sono nati, si rende necessario, un lavoro effettivo e costante delle Associazioni, che devono creare motivazioni sufficientemente forti, com l’obbiettivo di consolidare in questi giovani il riferimento alle loro origini campane.La strada da percorrere è ardua, però Altavilla Viva in Brasile si prepara ad affrontarla con la volontà di ferro, che ha sempre caratterizzato i nostri emigranti campani.

*fondatore dell'Associazione "Altavilla viva in Brasile"

Gerardo Marra. L’ombra inafferrabile di un emigrato di successo

Lasciare Altavilla per dispiegare le proprie potenzialità

di Rosario Messone

«In Germania si dice che a colazione si deve mangiare come un Re, a pranzo come un principe ed a cena come un pezzente», disse un commensale che onorava la tavola in occasione di un ricevimento offerto, alcune sere fa, da un gruppo di turisti brasiliani.Incuriosito dall’accento e soprattutto da qualche parola di antico altavillese, ne volli sapere di più; la mattina successiva eravamo in piazza per una conversazione che si svolse tra ombrate reticenze, ammissioni e confessioni. Di quel signore ne avevo appena sentito parlare: sapevo solo che per molti anni non aveva dato sue notizie.«Mi piangeva il cuore stare lontano per tanto tempo, ma, per rispetto alla mia famiglia, volevo prima realizzarmi. Sono duro come una pietra e non volevo tornare sconfitto in paese», mi confessò Gerardo Marra, orgoglioso di non aver fatto la fine di molti altri emigranti che ritornano dall’estero vinti nell’animo e più poveri di prima. «Quando ero in procinto di partire per la Germania comprai due libri di grammatica di lingua tedesca, che, tra un lavoro e l’altro di falegnameria al seguito di mio padre, imparai in poco tempo». Dopo un attimo di esitazione riprese torcendo un po’ la bocca ed arricciando il naso: «Rimasi un po’ deluso quando arrivai a Krefeld: chiesi un semel (panino) ma nessuno mi capì dove ero giunto poiché parlavano il dialetto. Solamente un signore della Sassonia che per caso si trovava lì comprese le mie parole e mi aiutò».Come accadde in Italia che dopo l’unificazione fu assunta come lingua ufficiale il toscano, fermo restando la pluralità dei dialetti esistenti che ponevamo dei muri enormi nella comunicazione tra la popolazione dei vari paesi, così fu appurato dal giovane emigrante in Germania, dove la lingua ufficiale era quella di Hannover che non sempre veniva compresa.Continuò poi la conversazione affermando che un errore si può fare una sola volta; farlo due volte è un’incoscienza; perciò, ripeteva più volte le frasi corrette diventando in poco tempo padrone della lingua carpendone i segreti.Fece cadere il discorso sull’integrazione ed espresse concetti che andrebbero certamente approfonditi e che potrebbero essere di guida per tanti immigrati che ogni giorno sbarcano in Italia: disse che il segreto per fare successo all’estero è legato soprattutto all’integrazione; questa è solo una difficoltà momentanea ma essenziale, nei primi momenti è quasi una questione di vita. Con orgoglio affermò: «Mi sono dovuto integrare nel più breve tempo possibile; condizione necessaria per vivere negli anni ’60 in Germania. Con un grande sforzo mentale ho acquisito comportamenti ed espressioni, entrando nella mentalità di quel luogo, tanto che molti mi consideravano uno di loro. La fortuna e l’occasione, poi, sono state benevoli con me, regalandomi una moglie tedesca molto affettuosa e senza grilli per la testa». Dopo aver fatto una breve pausa, distratto da un motorino scoppiettante che arrancava per la salita del paese, riprese: «Finiti gli studi entrai a far parte di un gruppo d’ingegneri. Per tre anni accettavo ogni consiglio o direttiva; alla fine, grazie alla mia disponibilità e spirito di sacrificio, mi scelsero come loro capo. Avevamo il compito di correggere errori di produzione e di stabilire metodi di lavorazione per grandi industrie private e statali al fine di migliorarne la produttività. Per fortuna mia moglie è stata sempre riservata sul lavoro che svolgevo, perciò non ho avuto mai guai di spionaggio industriale».Con gli occhi rivolti al cielo come per ringraziare chi ci guida, esclamò: «Mi sono allontanato dal paese natio per dare un senso alla vita e vivere intensamente ogni giorno che mi viene regalato. Ad Altavilla, invece, sembra che la vita è corta».Con fare dimesso aggiunse che oggi gli rimangono solo dei ricordi e la compagnia di qualche suo amico professionista che condivide la stessa sorte di pensionato. Per il suo futuro predice una vita di ricordi che mal si coniuga col passato. Spiega che, in Germania, lo Stato o altri Enti attrezzano dei grossi palazzi con tanti appartamentini, che vengono fittati agli anziani richiedenti che hanno venduto la propria casa. Controllati dalle strutture socio-sanitarie, man mano che le condizioni fisiche peggiorano, i degenti passano ai piani inferiori; ognuno, così, può sentirsi a casa propria e non essere chiusi negli ospizi come ancora oggi capita da noi. Stimolato a raccontare dei particolari sul primo impatto che ebbe da emigrante, riferì che ha iniziato a lavorare in Germania, all’età di 24-25 anni, con uno stipendio dignitoso; la mattina lavorava alle poste come avventizio con la mansione di dividere pacchetti e la sera andava a scuola; dormiva pochissimo ed arrivò così, alla fine degli studi. La famiglia della moglie non gli fu di aiuto, perché il padre fu colpito da una pallottola che gli attraversò il polmone nella campagna di Russia; per cinque anni fu obbligato a scavare nelle miniere morendo di stenti e di dolore.Per far completare gli studi in pediatria alla moglie la mantenne a casa per due anni; vivevano con un solo stipendio e nonostante ciò, i loro figli esclamano spesso: «Sono stati gli anni più duri ma più belli della nostra esistenza. Stavamo tutti insieme dove la concordia e l’affetto regnavano sovrani». Dopo una breve pausa riprese il discorso, senza nascondere una certa emozione: «Come gli uccelli spiccano il volo alla prima occasione, così, i miei figli si sono allontanati da Krefeld. Claudia che si è laureata in chimica, all’età di 24 anni , ha studiato anche filosofia giapponese all’università di Tokio diventando, poi, insegnante associata alle università Osaka e Nagasaki. Mio figlio, invece, si è laureato in scienze economiche e s’interessa della formazione informatica, facendo corsi al personale di Enti Pubblici».Riferì che è stato molte volte in Giappone e che è stato attratto dalla cortesia e dal comportamento dei suoi abitanti. Un giorno, in una kaufen (via del centro con molti negozi), si fermò davanti a loro una famiglia, composta da due adulti e due giovani; essi fecero prima un inchino e poi chiesero di parlare. Il capo famiglia disse: «Ringrazio Lei», rivolgendosi a mia figlia, «che ha insegnato ai miei figli e così a Lei», rivolgendosi suo padre, «che l’ha generata». In quel momento capi che la scelta fatta dalla figlia era giusta e si spiegò il perché non voleva più ritornare. Quella frase la conserverà per sempre nel cuore.Per un’insegnante di pedagogia questo è uno dei più grandi riconoscimenti al di là dei titoli accademici che si danno più per amicizie e favori che per meriti.Stimolato a riferire sui rapporti col paese natio confessò: «Sono partito da Altavilla con una mentalità ristretta e lo spirito di sacrificio che la vita imponeva. Questa mentalità è ancora impressa nel mio animo. A volte non riesco a capire o ad apprezzare la trasformazione e l’evoluzione di Altavilla. Quando ritorno, porto quel bagaglio mentale formato da segni, modo di vivere ed esperienza, ma rimango puntualmente deluso: non trovo più quello che ho lasciato, affetti, amicizie e spirito di sopportazione. Riaffiora il contrasto al disopra dei valori secolari. Cerco d’ingannare le mie aspettative ma non ci riesco. Quando mi organizzo per ritornare mi sento irrequieto simile ad un allievo deve affrontare un esame; ho paura di confrontarmi con i fattori che facevano parte della mia vita e di quella dei miei antenati; mi sembra di dover afferrare la mia ombra, tanto vicina eppure irraggiungibile; per questo dico sempre che ogni realtà ha la sua ombra. In Germania ogni contrasto lo si chiarisce facilmente: basta parlarne e tutto finisce. Qui, invece, ci sono sempre degli strascichi che ci seguono come ombre».Si congedò con una stretta di mano e con la consapevolezza di aver trovato un nuovo amico.

Francesca Cerniello, la donna del brigante, confessa


In un documento del 1869, recentemente recuperato, la compagna di Gaetano Tranchella denuncia un mugnaio, un prete, la locandiera ed il possidente

di Oreste Mottola

Francesca Cerniello era povera ma bella. Analfabeta e contadina. Così raccontano le carte dei processi. E a ventott’anni è ancora senza marito, fatto singolare dei tempi di quando già a diciotto anni si era considerata zitella. Dai briganti, che avevano trasformato il bosco di Persano nel loro Supramonte, la conducono delle amiche dalle quali raccoglie l’invito – sfida “ad andare a conoscere” quegli uomini così temuti che qualche volta, di notte, si spingevano fin dentro l’abitato di Altavilla. Avevo già descritto il suo profilo nel mio libro “I paesi delle ombre”. Ora, grazie alla collaborazione dello storico Giuseppe Melchionda, aggiungo la sua “confessione”, resa dopo cinque anni dopo la cattura, che apre squarci nelle complicità che gli assicuravano quattro “eccellenti”: un mugnaio di Postiglione, Biagio Vecchio; un parroco di Castelcivita, don Giuseppe Vincenzo; una locandiera di Scorzo, Concetta Campagna; e Sabato Chiaviello, ricco possidente di Serre. Francesca eviterà di fare i nomi dei suoi compaesani o di altri briganti “semplici”. Quest’ultima circostanza gli permetterà, ormai in tarda età, di tornare nel suo paese, e di trascorrervi la vecchiaia. Dove ritrova la figlia Gaetana. Francesca Cerniello è l’amante di Tranchella, ma nelle carte lei si definisce “sposa”, pur senza averlo mai potuto sposare ufficialmente. In altri verbali è chiamata concubina o druda. La Cerniello, da noi detta Francesca “di Costa”, forse per la zona del paese dove era andata ad abitare, dove sin dal settembre del 1863 seguì il Tranchella e già il 13 dello stesso mese, nel bosco di Persano prese parte attiva ad uno scontro con un drappello di fanteria e con militi della Guardia Nazionale d’Altavilla: alla prima scarica di fucileria, segui uno scontro a corpo a corpo, con i calci delle pistole e dei fucili. Le grida ed i lamenti dei feriti riempivano l'aria di quella limpida giornata settembrina. Dopo il primo scontro, i briganti si dileguarono nel folto della boscaglia, come nebbia al mattino con la forza pubblica non riuscì più a rintracciarli. Nel giugno del 1864 la Cerniello custodì persone danarose di Altavilla che erano state sequestrate e per le quali aspettavano che fosse pagata la taglia per il rilascio. Era una donna molto ben voluta da Tranchella. di cui godeva la massima fiducia e simpatia. Era rispettata e temuta dai briganti, i quali la consideravano la loro padrona. Una volta "non contenta dei molti doni che il Tranchella le faceva, tra i quali v'era una collana d'oro che una famiglia dovette mandare ai briganti per ottenere la liberazione di un sequestrato, essa mandò a dire alla moglie di questi che voleva anche la collana d'oro che portava la signora di Antonio Marruso, pur essa di Altavilla". La Cerniello stette con la banda per ben quindici mesi e non si allontanò se non quando fu ucciso il Tranchella. Incinta di lui, dette alla luce una bambina che volle chiamare Gaetana. Dopo l'uccisione del capobanda, essa si presentò alle Autorità ufficialmente spontaneamente, nei fatti spinta dal prete di Castelcivita. Di questo suo comportamento, assieme al fatto di "essersi data al malfare spinta alla miseria in cui versava" ne tennero conto i giudici nel processo a suo carico. Le altreA 15 anni di lavori forzati, come la Cerniello, furono condannate le altavillesi Giuseppa Cantalupo, Anna Rocco, Giuseppa e Carminella Arietta, le quali furono sorprese il 17 ottobre del 1863 mentre si recavano nel bosco di Persano, portando limoni, prugne, mele ed altro al capobanda ammalato Tranchella, avendone avuto incarico il giorno precedente. Queste donne erano, secondo quanto risulta dagli atti processuali, dedite alla prostituzione ed erano state viste più volte da Marchese Giovanni in "epoca non ben precisata dello scorso mese unite a sei briganti che erano sortiti dal bosco di Persano e che al punto, detto Pilato, avevano predato un montone, e che quindi insieme alle dette donne rientravano nel Bosco, traducendo l'animale predato, per banchettare dopo averlo cucinato". A Persano furono arrestate e poi condotte nel comune di Altavilla. In seguito ad una perquisizione nelle loro case, vi furono rinvenute due lettere inviate alla Cantalupo da Gennaro Rubbino, soldato sbandato, che aveva già fatto parte di una comitiva armata che infestava il territorio di Altavilla nel 1861 e che si trovava allora nelle carceri. Anna Maria Polito, fu Gaetano, contadina, condannata per "esser si prestata non solo a soddisfare i loro piaceri carnali, ma eziandio a cucire, rattoppare e lavare loro la biancheria". Fu condannata a cinque anni di reclusione perché i giudici considerarono che a "tale mestiere infame fu quasi indotta dai mali trattamenti del marito e dalla miseria in cui versava".La “parlata” di Francesca “Francesca Cerniello, fu una fiancheggiatrice importante. Figura di primo piano dell’universo femminile che ruotava attorno a Gaetano Tranchella ed alla sua banda”. Così la descrive Giuseppe Melchionda, storico di primo piano degli Alburni, autore di romanzi e saggi, ricordiamone alcuni, “Ladro di cuori” e “Cafoni in rivolta”, sempre rivolti al periodo dell’unificazione italiana e del brigantaggio..”Sì, non era una ragazzina che si prende la sbandata romantica”. Dopo la cattura, indotta a presentarsi dal prete Giuseppe Vincenzo, che così se la “vende” alle autorità piemontesi, resta cinque anni in carcere. Il sacerdote in quegli anni fa il doppio gioco, usa spregiudicatamente un salvacondotto per muoversi liberamente fra Castelcivita e Persano. Don Giuseppe Vincenzo si prende le sue private vendette quando fa ricattare “donna Cecchina”, proprietaria di vacche nella montagna di Castelcivita, e soprattutto – con il pretesto di gestire una sorta di cassa comune – si intasca i bottini della banda Tranchella. DICHIARAZIONE del 28 luglio 1869La dichiarazionde la raccoglie Vincenzo Damiano, all’interno del carcere di Montelupo Fiorentino. “I miei genitori e parenti mi hanno abbandonato. Sicché non ho altra speranza che nell’aiuto della Vostra Signoria Illustrissima. Chiedo di poter ottenere una diminuizione della pena. Perciò supplico di poter rivelare i nomi di alcuni dei manutengoli del brigantaggio che io conosco”. E continua: “Sono Francesca Cerniello, figlia di Carmine. Ho circa 34 anni. Sono nata e domiciliata ad Altavilla. Sono nubile e facevo la contadina. Sono stata per un anno con i briganti che scorazzavano nella mia provincia. Ed ero l’amica del capobanda Tranchella, che fu poi ucciso. Sono in grado di dire il nome di alcuni che si prestavano a nostro favore. Premetto però che sono ora circa cinque che sto in carcere come condannata a 15 anni di reclusione per brigantaggio e non so se attualmente saranno viventi le persone che andrò a nominare e se siano stati già arrestati per i delitti che accennerò ed altri commessi di poi. Faccio questa premessa perché non si creda che io voglia ingannare la giustizia, semmai le mie dichiarazioni non potessero dare utili risultati. Conobbi, quado stavo con Tranchella, un certo mugnaio che ha nome Biagio Vecchio, abitante a Postiglione. Costui, oltre a partecipare alla preda che faceva la banda Tranchella, indicava anco chi si doveva ricattare. Fu questi che fece prendere il prete di Albanella, uno sposo ed una sua sorella, e certo Benedetto, sarto, del quale non so il cognome, mentre tornavano da Salerno dov’erano stati a fare la spesa per il matrimonio. Questi venni a conoscere perché io con alcuni componenti della banda avevo più confidenza del Tranchella stesso. Egli mi diceva che Biagio era una buona spia, o per servirmi di una sua espressione, una spia serrata. Questo Biagio una volta si è vestito anche da brigante ed io gli detti il mio fucile e cappello e prese parte al ricatto dei signori Raffaele Contini, Carlo Guarino e Giuseppe Olivieri, che fu eseguito nella chiesa del Bosco di Persano. Uno dei manutengoli che erano a noi più fedeli, per quanto mi ricordo, era un certo Sabato Chiaviello, proprietario alle Serre, presso di cui furono depositate diverse casse di roba portate via a certo Guarnaldi e contenenti più che altro fucili, polveri, munizioni e vestiario. Questa roba fu portata via a Guarnaldi da certo Carmine Romano, del paese della Rocca che fece brigante e che fu poi condannato a 15 di anni di carcere. Oltre a questi tali ho da segnalarvi don Giuseppe Vincenzo, che è un prete che stava a Castelluccio, che veniva sempre a trovare la banda e l’incoraggiava a proseguire nelle scorrerie dicendoci che presto sarebbe cambiato Governo. Egli ci recava del mangiare, ci portava fucili e li aggiustava, ci faceva la spesa e ci prestava suoi altri servizi. In nessun caso sono stato a casa sua, fu lui che mi presentare al Prefetto di Salerno. Quel prete istigò la banda a ricattare donna Cecchina che tiene le vacche nella montagna della Castelluccia. Quando poi fu rubato dai briganti don Gennaro Ricci, del mio paese, essendo stato ricattato assieme ai figli, un anello fatto con lamine e tre pietre fu dato a detto don Vincenzo perché ne facesse fare dei compagni giacché era molto piaciuto ma egli se lo ritenne dicendo che lo voleva come ricordo del capo della banda. Venne poi arrestato e ci raccontò di essersi liberato promettendo che ci avrebbe fatto costituire. Ma non si adoprò per questo. Mi rammendo anche che una certa Concetta Campagna che abitava allo Scuorzo, vicino al luogo detto La Duchessa che teneva bettola ci provvedeva di tutto il necessario. Ci stirava e lavava la biancheria, questo mi raccontavano i briganti che una sera volevano condurre anche me da costei. Un certo Antonio Viggiano, di Postiglione, che ha una vistosa cicatrice sul viso, ci teneva mano, avvisando quando veniva la forza. Fu lei che ci supplicò di ricattare don Pietro Mottola, parimenti di Postiglione, quando questi decise di andare a prendere moglie ad Altavilla”.

Libertà e moti Cilentani

Altavilla replica il ricordo dei moti cilentani e del miracolo di Sant'Antonio

di Giovanna Baione

L’ associazione Argonauta, con il sostegno del Comune di Altavillla Silentina e della Comunità Montana Calore Salernitano, ha organizzato la II edizione di “Libertà e moti cilentani”, nei giorni 2 e 3 Agosto. Un evento di forte espressione culturale cui il tema è stato il 1799. Il territorio del Calore Salernitano è stato teatro di episodi chiave nella spinta verso la conquista delle libertà e dei diritti civili. In particolare ricordiamo: l’innalzamento dell’albero della libertà ad Altavilla Salentina, in concomitanza con la proclamazione della Repubblica partenopea del 1799.La manifestazione si è contraddistinta da diversi momenti. Un momento di riflessione e dibattito sui fatti e sugli effetti subiti dal Cilento in questo periodo storico, con il convegno intitolato “1799 Rivoluzioni e insorgenze”, hanno portato i saluti dell’amministrazione comunale l’assessore alle politiche sociali Romilda Nigro e della Comunità Montana il vice presidente Angelo Valletta, hanno preso parte Antonio Bassi, Pietro Golia, Eduardo Vitale, Gaetano Ricco e Giuseppe Melchionda toccando e approfondendo degli aspetti essenziali per la conoscenza delle nostre radici. Un momento dedicato alla rievocazione storica “Il miracolo di S. Antonio”con il coordinamento teatrale di Ciro Discolo, su testi di Paola Paradisi e l’essenziale partecipazione dell’associazione “Altavilla Viva”. E da momenti di balli e musica popolare con i Rotumbè e Peppe Cirillo – Paola Salurso - Trio Tarante. Inoltre non sono mancate le mostre e gli stand di prodotti tipici.

Il mondo a portata di vicolo

di Antonietta Broccoli

È da un po’ di tempo che, ad Altavilla Silentina, si respirano gli effluvi di un nuovo vento, primizia e crogiolo di rinnovata vitalità che si tinge dei colori del mondo. Ritratti e mosaici di terre lontane che s’intrufolano tra le pieghe della quotidianità e del vissuto e che coinvolgono con immediatezza e singolarità. Soprattutto nel Centro storico, non è raro scorgere qua e là vezzosi e policromi sari indossati con classe e disinvoltura o visi che svelano, nei tratti e negli occhi, le caratteristiche dell’est Europa con i suoi blu cobalto e d’argento. È sorprendente, poi, lasciarsi guidare, “nella via delle Indie” (al secolo via Municipio), da profumi speziati e dal ritmo di una musica incalzante che ti cattura e ti immerge in una favola senza tempo dal sapore d’oriente. Tutto coesiste con il lento susseguirsi dei giorni e lo snocciolarsi delle abitudini, il ragù domenicale, le canzoni napoletane e le piantine di basilico sdraiate sotto il sole che inonda le nostre finestre e balconi. Ebbene sì, anche questo è il risultato della globalizzazione, di un processo incessante e ineluttabile che interessa tutte le nazioni europee e non solo; ormai siamo diventati una società multietnica, un sistema sociale in cui convivono soggetti con identità etniche diverse che cercano un dialogo costruttivo e rispettoso su ciò che divide, nella prospettiva di trovare ciò che unisce. Il principale, ma non unico, fattore di genesi della società multietnica è costituito dal fenomeno delle migrazioni internazionali che hanno spostato e, per certi versi, cambiato, in maniera quanto mai inconsueta, l’asse dei normali equilibri già precostituiti nella località di accoglienza, sia essa una grande città o anche soltanto un paese di provincia. Immediatamente connesso con questo nuovo tipo di sistema sociale è il problema della regolazione della convivenza tra minoranze e maggioranza, o tra immigrati e società di “ricezione”, che in varie realtà civili, di ieri e di oggi, ha innescato e innesca, spesso e purtroppo, a torto o a ragione, scintille di razzismo e di non o scarsa accettazione del diverso che si trova a condividere la nostra stessa fetta di cielo.La comunità altavillese, come buona parte del Meridione d’Italia memore di forti emigrazioni verso il nord per sfuggire alla miseria, ha ben accolto gli “ospiti” e ha dato vita, negli anni, a politiche sociali d’integrazione, volte a fornire gli strumenti primari per una reale fusione etnica e razziale all’interno della società. Ne sono esempi, i corsi di lingua italiana per consentire una più agevole acquisizione delle regole grammaticali di base su cui s’innesta il linguaggio e il corretto scrivere e le tante iniziative, anche di festa, per avvicinare delle culture, apparentemente lontanissime, ma negli aspetti e valori principali comuni. Un esercito ben nutrito di badanti, muratori, colf, manovali, addetti all’allevamento delle bufale è entrato a far parte del tessuto lavorativo del paese assumendo i lavori dismessi dalla manodopera del posto (un trend, questo, in ascesa su scala nazionale), ma, allo stesso tempo, molto importanti per lo sviluppo e la sopravvivenza della nostra economia locale. Vite, identità, destini che vengono a intrecciarsi con quelli della popolazione locale fino a creare un immenso patchwork, confortevole e caldo antidoto nelle notti della fredda intolleranza. Vite, identità, destini che offrono una riflessione sulla propria identità individuale e comunitaria, la cui rilevanza emerge solo grazie al confronto con l’altro che ci sta di fianco. Ecco la dimostrazione di come la diversità possa arricchire e colmare le indubbie distanze che ci separano: ecco provato come l’integrazione, (e non l’assimilazione che comporta il sostanziale abbandono della cultura d’origine) che accetta e valorizza il pluralismo culturale, crei molteplici opportunità da cogliere e utilizzare a vantaggio di tutti.

venerdì 22 agosto 2008

Carmine Iorio. La penna prestigiosa di Gian Antonio Stella per una storia altavillese da recuperare e ricordare

Carmine Iorio, il soldato altavillese della guerra di Libia diventato beduino per caso, è protagonista del racconto dell'editorialista del Corriere della Sera

Gian Antonio Stella parla del suo romanzo breve sulla rocambolesca vicenda del nostro concittadino altavillese Carmelo Iorio nell'intervista a Lorenzo Viganò (su Corriere Magazine del 7 agosto 2008), di cui pubblichiamo, di seguito, un estratto.

Quello che colpisce subito parlando del "mestiere di scrivere" con Gian Antonio Stella, inviato ed editorialista del Corriere della Sera e autore, insieme con Sergio Rizzo, di due best seller che hanno scosso l'Italia dei politici - La casta, del 2007 (un milione e 300 mila copie vendute) e La deriva quest'anno (in vetta alle classifiche da quando è uscito) - quel che colpisce è che non ha idee precostituite, regole - già collaudate - da seguire e a cui attenersi strettamente quando si mette al computer per narrare una storia. Così per lui racconto, saggio, pamphlet, romanzo breve o lungo...sono solo concetti, definizioni ambigue che non gli interessano, e dalle quali non si lascia condizionare né ingabbiare.
"Il fatto è che sono molto curioso e molti dei volumi che ho scritto sono nati più per la curiosità di approfondire un tema che per la soddisfazione di arrivare in libreria. Romanzo, racconto, saggio...sono tutte occasioni per farsi un archivio. Al punto che quando decido di dedicarmi a un argomento comincio a recuperare tutto il materiale esistente che lo riguarda; faccio ricerche, rileggo testi che avevo letto anni prima, spulcio manuali. L'approfondimento apre un mondo, e devo ammettere che ogni volta rimango affascinato nello scoprire quanto sia emozionante tentare una cosa e impadronirsene. Dedicarsi a un argomento del quale sapevi poco e piano piano scoprirlo è come esplorare un territorio sconosciuto, accorgendosi viva via di n'erba di cui non sapevi l'esistenza, di un albero raro, di un sasso che somiglia a un'altra cosa".
Un po' come è accaduto con Carmine Pascià, il "Corto di carta" che Gian Antonio Stella ha scritto per la collana del Corriere della Sera dedicata ai racconti inediti dei più apprezzati narratori italiani. La storia, realmente accaduta, di Carmine Iorio, un uomo che "nacque buttero e morì beduino", recita il sottotitolo, e dalla sua spericolata e leggendaria vita di soldato nella guerra di Libia, quando, dopo una sbronza, passò alle file nemiche con il nome di Yusuf el Muslim. Una vicenda che sa commuovere e far sorridere, e che, come sono frequentemente quelle narrate da Stella, ha dell'incredibile, nonostante sia ricchissima di fonti e di curiosità, di accurate descrizioni e ricostruzioni. Un "corto" che è un vero e proprio romanzo o racconto?) storico, che va ad aprire uno squarcio su un periodo buoi - e spesso volutamente rimosso - della nostra vita: dal colonialismo al difficile rapporto tra gli ufficiali e i soldati semplici, mandati a morire come carne da macello per conquistare qualche metro di terra.
"Ero spaventatissimo dall'idea di scrivere un libro su questa storia, ma era troppo significativa per non farlo. E poi, come già accaduto con gli altri miei romanzi, era un mezzo per mostrare qualcos'altro. (...) Con Carmine Pascià ho cercato di ripercorrere alcuni capitoli della nostra storia che sono stati nascosti, rimossi, cavalcati polemicamente o magari raccontati in maniera corretta, senza però che tali racconti abbiano avuto la diffusione che meritavano. Mi riferisco per esempio ai libri dello storico Angelo Del Boca sugli italiani in Libia, volumi strepitosi, ricchi di spunti, non soltanto profondi dal punto di vista storico e ben documentati, ma anche molto onesti e scritti splendidamente, Libri che sono stati fondamentali per la scrittura del mio 'corto'".
Ma come è venuto a conoscenza della storia di Carmine Iorio?
"L'ho scoperta sulla Settimana Incom dove fu pubblicata nel 1950. Si trattava di una vicenda sulla quale il fascismo aveva messo la sordina perché dava fastidio alla retorica patriottarda dell'epoca. Fu il giornalista Francesco Maratea a raccontarla in due puntate, con parole a mio parere non tutte credibili. inaspettatamente - e forse fortunatamente - il giornale fu costretto ad aggiungere un terzo capitolo poiché un ufficiale del Quarto reggimento di artiglieria di Cervignano del Friuli, Germano Venier, dopo aver letto gli articoli spedì alla Settimana una lettera che conteneva addirittura le fotografie dell'arresto per diserzione di Carmine Iorio e del processo che ne era seguito. La sua versione era decisamente più attendibile. Così, sulla base di queste testimonianze, scrissi un articolo per il Corriere che diede il "la" ad alcuni storici salernitani come Ennio Scannapieco, Paolo Tesauro Olivieri e Oreste Mottola, perché, ciascuno a proprio modo, ricostruisse la vicenda andando anche a recuperare documenti originali. In realtà la storia di Carmine Iorio ai pochi specialisti era conosciuta. Ne avevano accennato lo stesso Del Boca nel libro Gli italiani in Libia, Salvatore Bono in una rivista che si chiamava Islam. Storia e civiltà, eun certo Dante Maria Tuninetti in un libro del 1931, Il mistero di Cufra.
Ma mancava una ricostruzione definitiva e dettagliata...
"Sì, anche per questo ho deciso di raccontarla. Oltre a un po' di carte originali trovate dai miei amici salernitani - dall'atto di battesimo fino alla sentenza del processo - ho recuperato il verbale della marcia del suo reggimento da Bengasia Tocra, o vecchi libri introvabili come Fra i beduini. Vita e riflessioni di prigionia araba di Alberto Rossotti, un ufficiale italiano fatto prigioniero dai libici dopo il massacro di Tarhuna, che racconta i loro costumi sessuali, la cucina, la quotidianità spicciola, fondamentale per la ricostruzione storica della vita dell'epoca. Ma ho anche recuperato informazioni sull'abbigliamento esatto dei soldati italiani e persino il manuale d'uso del moschetto Carcano che avevano in dotazione".
Un lavoro filologico dettagliato, dunque. Ma qual è la morale umana della vicenda di Carmine Iorio?
"Forse che ogni uomo, anche un piccolo uomo di cui nessuno chiedeva conto come Iorio, che dall'Italia non aveva avuto nulla e, appena sposato, era stato portato via dalla famiglia per quattro anni senza mai avere un giorno di licenza; che anche un povero buttero salernitano mai uscito dal suo paese, che dell'Islam, dell'Africa, e del Sahara non sapeva niente, ma si era ritrovato travolto da una guerra terribile e più grande di lui, e pur di sopravvivere aveva commesso sbagli imperdonabili; che anche uno come lui, insomma, come Carmine Iorio, può avere un momento di dignità, di grande orgoglio e spessore umano. E compiere un ultimo gesto, inaspettato e bellissimo (ma non lo racconterò per non togliere la sorpresa al libro) che lo riscatta da tutti gli errori commessi in precedenza".
Lorenzo Viganò

Gian Antonio Stella "Carmine Pascià (che nacque buttero e morì beduino)", Corti di carta, Ed. Corriere della Sera, 2008 (ancora in edicola, n.d.r.)

Gli addetti stampa fiduciari e il curriculum vitae strappato

Storie di mala amministrazione ufficializzata al Sud

Come si assegna un incarico da Responsabile dell'Ufficio Stampa del Comune di un piccolo centro di 7000 anime nel Cilento? Ad Altavilla Silentina (in provincia di Salerno) non vanno troppo per il sottile.Sei laureato allo IULM? Non basta. Un master alla Bocconi? Non serve. Stage all'estero più esperienza di lavoro decennale presso la Pubblica Amministrazione? Non è un titolo. L'unico criterio per l'affidamento dell'incarico – si legge nel Bando ufficiale pubblicato nella bacheca comunale e sul sito Internet istituzionale del Comune (http://www.comune.altavillasilentina.sa.it/ ), su cui tra l'altro non è più reperibile, - "è l'affidamento fiduciario". All'articolo 5 (relativo ai Criteri per il conferimento degli incarichi) si legge infatti che, a seguito di tale disposizione, per l'incarico in questione
"non è posta in essere alcuna procedura concorsuale o paraconcorsuale, non sono previste graduatorie, attribuzione di punteggi o altre classificazioni di merito, nemmeno con riferimento all'ampiezza, frequenza e numero degli incarichi già svolti dai concorrenti (circostanze che non costituiscono titolo di preferenza) o all'esperienza maturata".
Per concludere poi con un capolavoro di beffardaggine istituzionale che recita così:
"il curriculum professionale, così come gli altri elementi integranti la domanda, hanno il solo scopo di manifestare la disponibilità all'assunzione dell'incarico, il possesso delle condizioni richieste e la conoscibilità dei soggetti interessati".
A ciò vanno poi aggiunti i tempi ristrettissimi di pubblicizzazione del Bando, pubblicato il 9 luglio 2008 e scaduto il 19 luglio 2008: soli 10 giorni.
Uno dei due (!) partecipanti al concorso nonché giornalista di esperienza pluridecennale (ovviamente scartato) ci ha scritto tutto il suo rammarico di "whatchdog of democracy" che deve assistere impotente a simili episodi di calpestìo dei diritti civili da parte di chi sarebbe invece deputato a garantirli ai propri concittadini ed elettori. Poco importa se sotto tutele legali o istituzionali.
da Nòva 100 del Sole 24 Ore

giovedì 21 agosto 2008

Scomparso il fontanile di Falagato

Un commento

di Lucio Ascolese

CHE FINE HA FATTO IL FONTANILE DI FALAGATO? Giro intorno a una piccola area circondata dall’asfalto. Sterpi, pezzi di cemento, bottiglie. È strano, doveva essere qui ... proprio qui! Il fontanile a Falagato è sparito. Lungo la strada che conduce al Feo, ad una biforcazione, si trovava questa vecchia fontana/abbeveratoio, di un tipo che era facile incontrare nelle nostre contrade. Non forniva più acqua né agli uomini né alle bestie, tuttavia stava lì, contrassegnava, identificava un luogo; come i maestosi esemplari di quercia, i morbidi declivi (tempe) del suolo, la vegetazione serpeggiante lungo i corsi d'acqua. Ho chiesto. Pare che costituisse intralcio, impedimento all'avere strada per trattori a due piani, per suv king-size e camion smisurati. Costava molto adattarsi? Neppure con un tanto semplice e umile manufatto siamo riusciti a coabitare? A nessuno mancherà quell’oggetto saldo e rassicurante, che chiedeva un po' di spazio per durare nel tempo? E la sensibilità, la pietas per una testimonianza così familiarmente conosciuta? Ma insomma, importa davvero a qualcuno conservare un'identità attraverso il volgere degli anni, "riconoscersi" nel flusso degli eventi? A fronte delle trasformazioni sociali, economiche e ambientali, deve essere possibile realizzare un "rapporto di amicizia" con il paesaggio, con ciò che lo costituisce. Immaginare che il proprio mondo è solo quello che recintiamo e crediamo di aprire/chiudere all'esterno con imponenti muri, inferriate, porte e cancelli, è sordidamente egoistico, oltre che di una irrimediabile stupidità. Siamo tutti condizionati dal luogo e raggiungiamo l'identità quando cominciamo a scegliere, fissare le immagini che esso ci offre. Cancellare queste immagini ci condanna all'anonimia, al dimorare, non al (con)vivere "in quel posto", sentendosi con gli altri qualcuno, sentendo di appartenere a una terra, di avere una storia. Oltre alla riprovevole mutilazione del paesaggio, sono l’accettazione passiva, il silenzio sull’ennesima ferita a essere segnali ancor più tristi.