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sabato 23 febbraio 2013

da "Ottopagine". Il Sele raccontato dal grande poeta, Ungaretti e le sorgenti



Un grande spettacolo della natura, le sorgenti del Sele, che ha ispirato anche uno dei più grandi poeti italiani, Giuseppe Ungaretti: “ Rimessici in viaggio – scrive da Caposele il 9 settembre del ’34 – entriamo nella vallata del San Fele dove si sono date convegno grandi stranezze: monte Fioni che sembra un siluro, monte Pernazzo simile a una piramide bislunga, e monte San Fele, altra piramide, su una faccia quasi a picco della quale le case aggrappate viste così a distanza sembrano tanti ordini di palchi d’un teatro di formiche. Poi s’apre la vallata dell’Ofanto e per un’altra strada a girandola arriviamo in cima a Calitri, paesino bianco a 600 metri colle case che si tengono strette sulla frana.
Fatta colazione ripartiamo, e dopo poco arriviamo alla quarta stazione, presso il torrente Ficocchia. La stazione questa volta si presenta sotto forma d’una botola. Per scala ci sono dei ramponi alla parete verticale, e di particolare vediamo in fondo a un pozzo come due grandi bocche di cannone: chiuse da piatti d’acciaio servono a tenere ferma l’acqua; ma il loro scopo, quando occorra, come di quell’apertura vista alla prima stazione, è di vuotare il canale per visite o riparazioni.
Salita la sella Conza, che divide il versante Adriatico dal Tirreno, con il senso d’un’altr’aria, più fresca, penetriamo nel primo gruppo di vallate del versante del Sele.
Si faceva sera, e dalle colline qua e là apparivano i primi lumi:
«Quei lumi è Castelnuovo, quelli è Laviano, e quelli è il paese più ricco d’Italia: Calabritto…»
Ed eccoci, per curve vicinissime l’una all’altra arrivati a Caposele!
Entrando in paese ci viene incontro una gola di una cinquantina di metri per dieci, spaccata nella roccia e sparsa di macigni ruzzolati e piombati dalla montagna; qui si vedono le sorgenti del Sele lasciate in libertà e che alimentano ciò che rimane del fiume che va dalla parte di Pesto: un boccalone vomitante in cima, e sotto un’infinità di fontanini che intrecciano le loro vene fra gli olmi, l’edera, le acacie, il sambuco, un fico che ha l’età di Matusalemme: in fondo fra i pietroni l’acqua scivola sveltissima, in una specie di foro tenebroso, e si perde in quell’occhio”.
Quasi un secolo prima, quello spettacolo aveva ispirato parole meno alate, ma di straordinario valore tecnico e interesse storico, al cavalier Ferdinando De Luca, che nel 1854, negli “Annali Civili del Regno delle Due Sicilie”, pubblicò una dettagliata Monografia sul Sele (pagg.122-147): “Il Sele prende origine – si legge nella sua relazione – presso un villaggio del Principato Settentrionale, detto perciò Caposele, situato nella parte nord-orientale del Distretto di Campagna. Quivi verso il biforcamento dell’Appennino meridionale, donde una branca di questa catena si dirige verso il Capo di Lecce e un’altra verso il Capo delle Armi, si raggomitola l’Appennino meridionale in un gruppo di alte montagne, di cui fa parte il così detto Monte Paflagone. E sul fianco sud-occidentale di questo monte, all’altezza di circa 3600 piedi, sorge il predetto villaggio di Caposele.
In mezzo a questo villaggio, dal lato più orientale, è la sorgente del Sele, in direzione opposta alla sorgente dell’Ofanto, sul versante sud-est, da cui quella del Sele dista in linea retta solo tre miglia.
Si precipita esso giù pe’ fianchi del monte dal nord al sud; e dopo breve corso volge a sud-ovest e riceve sulla sua destra la Fiumanella, piccolo corso di acqua che scende da una sorgente all’ovest di Caposele a circa 4000 piedi di altezza, e bagna il villaggio di Calabritto, prima di confondersi col fiume”.
A sua volta – ed è questa una circostanza più sorprendente e meno nota – il fiume principale di questo territorio, il Sele, è “un affluente laterale del torrente che, pur più povero d’acqua, ha più lontane le sue scaturigini.
E questo è il Tèmete”, come annota nove anni prima di Ungaretti, nel suo puntuale reportage Lungo il Sele, pubblicato nel 1925 sul mensile del Touring Club “Le vie d’Italia”, uno scrittore molto apprezzato all’epoca, Giotto Dainelli, futuro Accademico d’Italia.
“Dove scende il Sele dalle sue sorgenti – osserva Dainelli nella sua descrizione del versante irpino dell’Alto Sele – si è già in questo tipico paesaggio attenuato; pure su per la valletta, nella quale le poggiatelle morbide si vanno alternatamente incontro da una parte e dall’altra: Caposele ci è nascosta da esse; ma sopra una altura spianata, culmina il massiccio edificio di un monastero, che domina l’apparente calma solitudine della piccola valle.
(…) E se lo risaliamo, ci inalzeremo a poco a poco, quasi dolcemente, verso la linea dello spartiacque, così stranamente piano e livellato. Paesetti ancora qua su, a mezzo il fianco: Castelnuovo di Conza e Santomenna; ma tipico, sopra tutti, è poi Laviano, inerpicato sopra un’esile cresta di roccia, che strapiomba da un lato sopra una forra profonda e selvaggia.
Così, per continui contrasti, si svolge il corso superiore e montano del Sele, che alimenta d’acqua mezza la Italia meridionale”. Al tempo del passaggio di Dainelli, e quindi di Ungaretti sulle direttrici dell’Ofanto e del Sele (che ispireranno al poeta versi celebri come Le rose di Pesto e la poesia dedicata a Calitri), si poteva già ammirare da qualche decennio un altro spettacolo, artificiale, frutto dell’ingegno e dell’operosità dell’uomo: l’Acquedotto Pugliese, il più grande d’Europa, che dalle sorgenti del fiume a Caposele veniva alimentato.

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