Oreste Mottola (*)
*giornalista, collabora a "Il Mattino" ed è attualmente condirettore del settimanale “Unico”
Da giorni lo cercavo per parlargli, il cellulare spento. Non richiamava. Strano, non è da lui, ho pensato, sempre così preciso, attento, educato. La solita mail mensile in cui comunicava la chiusura del giornale con la preghiera di affrettarsi nell’invio degli articoli non arrivava. Insolito. Potere del social network, apro, un saluto di un collega, lo scopro così. Povera illusa convinta di aver azzerato con internet la vile distanza. Uno scarto di ore e la certezza che essere lì è altra cosa. Aspettavo una chiamata mentre Eboli già lo piangeva. E oggi lo piango anch’io, sola dove nessuno lo conosce, mentre leggo l’ultimo suo regalo, la presentazione della mia rubrica “L’IBRIda” e salvo in un file unico le mail e i suoi messaggi per fingere che sia sempre lì, con l’agenda sotto il braccio e la cravatta colorata, a organizzare dibattiti. Non ti preoccupare, sii ottimista, non è un problema, risolviamo, le parole che ricorrono in quei brevi dialoghi in rete per rendere più sereno il mio percorso di formazione. Negli ultimi tempi però era lui a chiedere, a informarsi, e solo ora capisco. Caro Benito come rimpiangerò quel caffè non preso, quante volte rimandato per la mia solita fretta! Ne berrò uno nel bar che sai, pensando a te, alla fiducia incondizionata che mi hai donato senza conoscermi, alle porte che con un semplice gesto mi hai spalancato, alla tua umanità, così rara, al tono paterno della tua voce. Ora brancolo nel buio senza appigli a cui aggrapparmi. Guida la mia penna anche da lassù. Ciao Benito, che vuoto.
Sagra : questa parola ha monopolizzato le manifestazioni di presunta promozione turistica di quasi tutti i paesi del nostro comprensorio, manifestazioni che, tranne rarissimi casi, si limitano a proporre degustazioni, spesso di dubbia qualità, di prodotti che a volte non ci appartengono (sagra dello struzzo, sagra della birra etc.).
Il prezzo accessibile completa poi l’opera facendo affluire nei nostri paesi una massa di visitatori, attratti dalla prospettiva di saziarsi con pochi euri, che nemmeno si accorgono delle bellezze del posto che li ospita e lasciano solo il degrado disseminando stoviglie di plastica dappertutto, anche su quei monumenti che ne testimoniano la storia e la cultura.
Compiuto il rituale e dandosi appuntamento alla prossima sagra ci lasciano per ritornare, solo dopo un anno, se la sagra mangereccia si ripete. Con questo sistema i nostri paesi vengono ricordati non per quanto hanno di bellezza naturalistica, di arte, di storia di tradizioni ma per un prodotto alimentare al quale sono, riduttivamente, abbinati ( il paese del peperone, della melanzana, della cicerchia etc.), quale fosse l’espressione unica degli sforzi produttivi di quel posto.
Per i più, che identificano con il termine sagra l’abusata celebrazione gastronomica di prodotti alimentari, l’accostamento di questa parola con la cultura potrà sembrare quantomeno blasfemo e fuori luogo. In verità la parola “ sagra” individua una festa popolare con intento celebrativo ed educativo( già in passato è stata usata per celebrare cose e fatti ben diversi da quelli alimentari).
In effetti il primo scopo di questa manifestazione è proprio quello di riappropriarci di radici e tradizioni culturali che hanno da sempre contraddistinto il nostro paese e che ci hanno permesso di fregiarci del prestigioso titolo di “città”. Questo è un messaggio rivolto soprattutto alle ultime generazioni, cadute in una insolita apatia, che si limitano, quasi esclusivamente, a sollevare problematiche servendosi soprattutto di internet, demandandone la risoluzione ad altri. Recuperiamo la capacità di essere noi stessi attivi ed autonomi nell’intervenire, contribuendo direttamente a migliorare la vivibilità di questo posto che tutti dichiariamo di amare. Troppa gente, specie in prossimità di tornate elettorali, dichiara amore per questo paese , quasi nessuno dimostra poi di averne nei fatti concreti.
La promozione turistica del posto rappresenta, logicamente, il secondo scopo della manifestazione. Altavilla Silentina è sicuramente uno dei territori con maggiore ricchezza e varietà di peculiarità turistiche , qualità poco sfruttate anche perché è un paese poco conosciuto; questo in gran parte è dovuto ad un motivo geografico in quanto, principalmente il capoluogo, non è ubicato su importanti direttrici di passaggio : per Altavilla non si transita, bisogna venirci apposta.
Il tentativo di questa manifestazione è anche quello di attivare un flusso di “visitatori di qualità” in grado di cogliere le peculiarità del territorio e divenire, di conseguenza, un’importante cassa di risonanza in grado di colmare, almeno in parte, le lacune appena evidenziate.
Ultimo scopo, ma solo in ordine cronologico, è reperire dei fondi da destinare alla riapertura della Chiesa di San Biagio, un gioiello del barocco che amiamo paragonare ad uno scrigno pieno di arte, storia, tradizioni e religione.
Gioiello riportato, quasi interamente, all’antico splendore, come si può evincere da questa foto.
Al nome “SAGRA DELLA CULTURA” avrete certamente notato l’apposizione di un sottotitolo particolarmente significativo: Sinergia per il recupero della chiesa di San Biagio. Questa manifestazione mira infatti anche a recuperare un momento di reciproca collaborazione da parte di un associazionismo, portato ad una vocazione solista, e di una cittadinanza che, contrariamente a quanto accadeva in passato, è poco incline a partecipare attivamente a qualsiasi manifestazione. Voglio ricordare che la vera forza trainante delle prime edizioni di “Atmosfera Natalizia” è stata la partecipazione attiva di tutti alla riuscita dell’evento. La calda atmosfera, che veniva piacevolmente recepita dai visitatori ,derivava anche dai tanti, variegati addobbi natalizi che ogni casa, quartiere o negozio del centro storico, spontaneamente proponeva e dalle luminarie, parto della nostra fantasia e del nostro impegno.
In un angolo di Piazza Umberto I è ubicata la Cappella del Carmine, altro gioiello d’arte che proporremo alla visita degli ospiti.
Il centro storico ospiterà la maggior parte delle mostre e delle esposizioni di arte e artigianato lungo un percorso, definito “percorso della sapienza antica”, che proporrà la progressiva e piacevole lettura di canti e proverbi tradizionali. Questi canti e proverbi saranno oggetto di una piccola pubblicazione, intitolata “Farina del nostro sacco”, che sarà possibile avere, previa offerta libera, nel corso della manifestazione. Il danaro così raccolto sarà devoluto per San Biagio così come quello che deriverà dalla vendita del libro “Le novelle dell’acqua fetente” che l’autore, padre Candido Gallo, con l’aiuto de “I Lions” , ha ripubblicato destinandolo a questa nobile finalità.
Il contenitore “immateriale” contemplerà una serie di eventi diversi distribuiti nei vari giorni meglio dettagliati nel successivo programma.
Per la storia e l’archeologia avremo il piacere di ascoltare la dottoressa Marina Cipriani che ha riportato l’area archeologica ed il museo di Paestum ai primissimi posti nella classifica dei siti più visitati d’Italia.
Per le scienze ci onorerà della sua presenza il prof. Gaetano Guerra , altavillese di nascita, docente di chimica delle macromolecole all’Università di Salerno nel cui curriculum vitae brilla, tra l’altro, il conferimento da parte del Presidente della Repubblica del Premio Linceo 2003.
Il terzo incontro vedrà protagonista una leggenda dello sport famosissimo anche a livello mondiale, Carmine Abbagnale, uno dei “fratelloni di Castellammare di Stabia”, oro europeo, mondiale ed olimpico nel canottaggio.
Per quanto riguarda i convegni uno interesserà una produttività tipica della piana del Sele , la carne bufalina inserita nel contesto della dieta mediterranea; un altro, di
interesse comprensoriale, vedrà coinvolti i rappresentanti delle varie istituzioni locali in una discussione mirante a far decollare un importante progetto di infrastruttura turistica, pronto ad essere presentato a finanziamento, quale la pista ciclabile “Da Paestum al Parco del Cilento”.
Il terzo, riguardante l’arte sacra, proporrà una “lettura” della statua lignea della “Madonna del Latte” , fresca di restauro, secondo gli aspetti artistico, religioso e culturale. Un altro significativo tassello del nostro patrimonio riportato al primitivo splendore.
Sostegno fondamentale a questa manifestazione viene dal supporto garantito dal sito “vivialtavilla.it”, ideato e realizzato da Antonio D’Andrea, che permetterà anche agli altavillesi residenti in altre parti d’Italia o all’estero di seguire gli eventi proposti.
Su questo sito, tra l’altro , al termine della manifestazione, sarà pubblicato anche l’opuscolo “Farina del nostro sacco” che potrete stampare per conservarlo e farlo conoscere.
Ad altiora
ALTAVILLA SILENTINA 7-12 DICEMBRE 2010
SAGRA DELLA CULTURA
SINERGIA PER IL RECUPERO DELLA CHIESA DI SAN BIAGIO
23 novembre 1980 - 23 novembre 2010: 30 anni da quei terribili novanta secondi che diedero brutalmente il colpo di grazia ad una terra già in ginocchio. Quasi tremila morti, paesi rasi al suolo, famiglie spezzate, vite distrutte, abitazioni sventrate. E al dramma del fato si aggiunse la desolazione delle ore successive quando fra le macerie e i rantoli dei superstiti il giorno portò alla luce i colpevoli di una catastrofe figlia della solita Italia e non del solo Sud: sottosviluppo, clientelismo, speculazione, sfruttamento e impoverimento del territorio.
A quei disperati momenti in cui fu evidente la mancanza di ogni forma di preparazione ad un evento di tale portata seguirono giorni di fuggi fuggi generali di sindaci spaventati e politici minacciati. Altri invece rimasero ancorati alle loro sedie per sfruttare ignobilmente la tragedia. Furono stanziati 70.000 miliardi di lire che si dispersero in mille rivoli inghiottiti dall’ avidità di una classe politica che sulla disperazione degli sfollati cercò di costruire il suo futuro. La tragedia dell’Irpinia, Salernitano e Basilicata divenne in poco tempo il simbolo di una nazione corrotta: appropriazioni indebite di denaro pubblico, allargamento a dismisura delle aree terremotate, spreco.
Ma non solo.
In Campania, il decennio seguente si tinse di rosso: feriti magistrati, uccisi consiglieri comunali di opposizione, assessori, consiglieri regionali e funzionari di polizia, minacciati giornalisti. Tutto mentre si quadruplicava la vendita di Volvo, Mercedes e si innalzavano ville maestose. Entrare fra i comuni terremotati significava godere di contributi statali che si fermavano nelle tasche di pochi. Anche ad Altavilla Silentina in quella tremenda serata si sentì forte la scossa delle 19 e 35. La gente terrorizzata si radunò in piazza. Due furono le vittime per un tragica sorte che li legò per sempre e tanti i ruderi dalle crepe sottili che si trasformarono in abitazioni signorili. Braccianti onesti dalla dignità contadina cacciarono malamente addetti alla rilevazione danni invitandoli a recarsi dai senzatetto dell’Irpinia; intanto uomini facoltosi ristrutturavano seconde case.
Nel nostro paese il lungo periodo post sisma, controverso, disonesto e oscuro definito “terremoto infinito” è oggi riassumibile nelle porte chiuse delle due chiese del centro storico in cui dovrebbe sbattere tutta la rabbia della cittadinanza.
Negli ultimi mesi grazie all’interessamento della sovrintendenza, della diocesi, del parroco e di alcune associazioni locali qualcosa si è smosso e la riapertura teorizzata per decenni potrebbe, a breve, trovare una via definitiva ma quei muri sacri abbandonati dall’Ottanta fra l’indignazione, la rabbia e lo scoramento di molti prima e la rassegnazione di alcuni, ma non tutti, dopo rimarranno per sempre come una vergogna che peserà sulla coscienza di chi ha colpa.
Ma chi ha colpa?
Le classi politiche che si sono succedute e - in periodi non elettorali - hanno preso le distanze definendole di “non appartenenza comunale”? I vescovi? I parroci precedenti all’attuale? Privati senza scrupoli? La popolazione omertosa o quella indifferente? A distanza di tanto tempo è forse inutile andare a scoperchiare pentoloni che bollono ancora ma non possiamo dimenticare.
Martedì 23 novembre sarà soprattutto il giorno del ricordo delle vittime di un destino crudele, vittime di una sorte avversa e di uno Stato che giocò sulle loro vite e i cui segni, dopo trent’anni, sono ancora visibili. L’Auriga Cilento
Nove colpi sono bastati per frantumare la villa di cartapesta nella mia oasi di fittizia felicità. Ci fu un tempo in cui quattro muri grezzi e un tetto aguzzo erano una dignitosa casa tenuta in ordine da un’adorabile vecchina che era anche mia nonna. L’ingresso al cortile, sul retro, era segnalato da due bastoni in legno marcio distanti a malapena la larghezza di un’automobile. Più che un ingresso era un intervallo fra la vigna e la legna accatastata in attesa di ardere in prodigiosi fuochi invernali. Non c’era il cancello verde, pesante e mobile che slitta ora su un binario lucido ad ogni colpo di telecomando e permette di tenere a debita distanza i visitatori che, nell’ordine, devono: suonare il clacson, scampanellare al citofono, farsi riconoscere ed eventualmente, dopo autorizzazione, entrare. L’ispezione dura pochi secondi perché l’apertura, da anni, è stata spostata sul davanti in modo da avere sempre la faccia al nemico, mai le spalle. Ci fu un tempo in cui l’adorabile vecchina passava il pomeriggio seduta sulla panca in ferro battuto a guardare verso la strada. Nulla ostacolava il suo campo visivo e tutti potevano ammirarla nella sua ieratica compostezza contadina. La vecchina, oggi, avrebbe sofferto di claustrofobia morsa nella stretta del recinto alto tagliato a siepe, dei piccoli ulivi piantati a tutela della privacy, delle canne di bambù che svettano alte a proteggere da sguardi indiscreti. Ci fu un tempo in cui la casa della vecchina era difesa solo da un vecchio e malconcio portone sufficiente alla sua funzione: tenere al riparo dal freddo e dal vento. La vecchina, ogni sera, d’estate, spalancava le finestre prive di inferriate permettendo alla frescura di invadere gli spazi e fissava le zanzariere. Gli insetti erano la sua grande preoccupazione. La sfida di una vita fra lei e loro. Ci fu un tempo in cui la vecchina non saltava un appuntamento con il Tg delle venti, quando era ancora un servizio pubblico, e si incupiva, non si capacitava, realizzava l’esistenza di un altro mondo dove non preoccupavano solo gli insetti. Si è vero, qualche anno prima, un alone aveva offuscato il cielo blu cobalto che copriva le loro teste, ma era stata una nuvola di passaggio, un temporale. Come si chiamava? Come lo chiamavano? Don Qualcosa. L’avevano preso proprio lì vicino. Il giorno prima l’aveva incontrato alla bottega e il giorno dopo, paft, nelle prime pagine di tutti i giornali. La vecchina non sapeva leggere, ma l’aveva riconosciuto, glielo avevano detto. L’ ing. Califano era il “professore della Vesuviana”. Mio Dio, del resto si sa che il topo si nasconde dove il gatto non lo cercherà mai. Ci fu un tempo in cui, in una terra che già nel nome rivela le attese infinite e pazienti del Sud, non si conosceva la paura. Poi arrivò la droga e lo spaccio, poi i resort e i villaggi turistici, poi i porti e gli yatch, poi i rifiuti e le discariche, e gli interessi economici. Ci fu un tempo, ieri, in cui nove colpi hanno svegliato un popolo onesto e credulone che ingenuamente si sentiva esonerato da ogni prevaricazione. Nove colpi che hanno lacerato ogni corpo cilentano e frantumato la villa di cartapesta nella mia oasi di fittizia felicità. Ci fu un tempo, non troppo lontano, in cui nella casa dai muri grezzi si spense quell’adorabile vecchina, che era anche mia nonna, beatamente convinta che il problema del Cilento fossero gli insetti. Tiziana Rubano