Pubblicato su carta sin dal 1993, è uno dei più longevi periodici dell'area della Piana del Sele e Cilento. La Collina degli Ulivi online vuole essere ancora di più un luogo di informazione, ascolto e diffusione di idee, anche attraverso l'interazione in tempo reale con i suoi lettori in ogni parte del mondo.
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venerdì 26 novembre 2010

Altavilla crolla a colpi di inerzia

Se questa è l'immagine della fine di un'amministrazione durata dieci anni, allora è particolarmente evidente che le iniziative che questa amministrazione pretende di vantare non si possono definire strutturali. Guardate qua cosa sta succedendo al muro situato tra la piazza e l'arco di Suso, che apre al centro storico, in una zona che, tra l'altro, è tra quelle di maggior flusso.


Un muro non diventa così da un giorno all'altro. Amministrare in questo modo una cittadinanza è criminoso. E se a queste inettitudini aggiungiamo quelle che riguardano la situazione disastrosa della rete stradale (ricordando che il nostro sindaco è diventato consulente per la sicurezza stradale alla Provincia di Salerno), allora è giusto affermare che occorre lasciare il posto a chi davvero abbia intenzione di amministrarlo questo paese, anziché lasciarlo deperire a colpi di inerzia, mettendo in pericolo - come in questo caso e in quello dell'incuria delle strade - la sicurezza pubblica. Il solo pensare di restare, a queste condizioni, è un atto criminale.



martedì 23 novembre 2010

L’Auriga Cilento: per non dimenticare le vittime del terremoto del 1980 e lo scempio post sisma.

23 novembre 1980 - 23 novembre 2010: 30 anni da quei terribili novanta secondi che diedero brutalmente il colpo di grazia ad una terra già in ginocchio. Quasi tremila morti, paesi rasi al suolo, famiglie spezzate, vite distrutte, abitazioni sventrate. E al dramma del fato si aggiunse la desolazione delle ore successive quando fra le macerie e i rantoli dei superstiti il giorno portò alla luce i colpevoli di una catastrofe figlia della solita Italia e non del solo Sud: sottosviluppo, clientelismo, speculazione, sfruttamento e impoverimento del territorio.


A quei disperati momenti in cui fu evidente la mancanza di ogni forma di preparazione ad un evento di tale portata seguirono giorni di fuggi fuggi generali di sindaci spaventati e politici minacciati. Altri invece rimasero ancorati alle loro sedie per sfruttare ignobilmente la tragedia. Furono stanziati 70.000 miliardi di lire che si dispersero in mille rivoli inghiottiti dall’ avidità di una classe politica che sulla disperazione degli sfollati cercò di costruire il suo futuro. La tragedia dell’Irpinia, Salernitano e Basilicata divenne in poco tempo il simbolo di una nazione corrotta: appropriazioni indebite di denaro pubblico, allargamento a dismisura delle aree terremotate, spreco.


Ma non solo.


In Campania, il decennio seguente si tinse di rosso: feriti magistrati, uccisi consiglieri comunali di opposizione, assessori, consiglieri regionali e funzionari di polizia, minacciati giornalisti. Tutto mentre si quadruplicava la vendita di Volvo, Mercedes e si innalzavano ville maestose. Entrare fra i comuni terremotati significava godere di contributi statali che si fermavano nelle tasche di pochi. Anche ad Altavilla Silentina in quella tremenda serata si sentì forte la scossa delle 19 e 35. La gente terrorizzata si radunò in piazza. Due furono le vittime per un tragica sorte che li legò per sempre e tanti i ruderi dalle crepe sottili che si trasformarono in abitazioni signorili. Braccianti onesti dalla dignità contadina cacciarono malamente addetti alla rilevazione danni invitandoli a recarsi dai senzatetto dell’Irpinia; intanto uomini facoltosi ristrutturavano seconde case.


Nel nostro paese il lungo periodo post sisma, controverso, disonesto e oscuro definito “terremoto infinito” è oggi riassumibile nelle porte chiuse delle due chiese del centro storico in cui dovrebbe sbattere tutta la rabbia della cittadinanza.


Negli ultimi mesi grazie all’interessamento della sovrintendenza, della diocesi, del parroco e di alcune associazioni locali qualcosa si è smosso e la riapertura teorizzata per decenni potrebbe, a breve, trovare una via definitiva ma quei muri sacri abbandonati dall’Ottanta fra l’indignazione, la rabbia e lo scoramento di molti prima e la rassegnazione di alcuni, ma non tutti, dopo rimarranno per sempre come una vergogna che peserà sulla coscienza di chi ha colpa.


Ma chi ha colpa?


Le classi politiche che si sono succedute e - in periodi non elettorali - hanno preso le distanze definendole di “non appartenenza comunale”? I vescovi? I parroci precedenti all’attuale? Privati senza scrupoli? La popolazione omertosa o quella indifferente? A distanza di tanto tempo è forse inutile andare a scoperchiare pentoloni che bollono ancora ma non possiamo dimenticare.


Martedì 23 novembre sarà soprattutto il giorno del ricordo delle vittime di un destino crudele, vittime di una sorte avversa e di uno Stato che giocò sulle loro vite e i cui segni, dopo trent’anni, sono ancora visibili. L’Auriga Cilento



lunedì 1 novembre 2010

Firma la petizione per dire "NO alle discariche di Macchia Soprana e Valle della Masseria a Serre (SA)"

Sottoscrivere questa petizione non vuol dire solo salvare una popolazione, ma anche salvare un territorio che ha già dato tanto per il problema rifiuti in Campania. Infatti nel raggio di pochi chilometri si contano diverse discariche, alcune anche abusive. Un territorio stanco che non vuole pagare per una cattiva gestione dell'emergenza rifiuti e che in prima persona ha cercato di risolvere attuando un efficiente raccolta differenziata...

Leggi l'articolo completo e, se sei d'accordo (come non esserlo?), firma la petizione!

giovedì 14 ottobre 2010

Venti di rinascita ad Altavilla Silentina? Rientrata la “Madonna del Latte” e via al confronto per la riapertura delle chiese chiuse dal terremoto

Sarà che le prossime elezioni bussano alla porta e di questi tempi i volenterosi spuntano come funghi, sarà che i cittadini più sensibili da anni sbraitano e si indignano, sarà che le associazioni locali non si fermano più alla critica in piazza ma denunciano e protestano, il fatto sta che Altavilla Silentina comincia ad essere interessata da un leggero, tenue, quasi impercettibile per la verità, venticello di cambiamento che invita all’ottimismo. Il mese scorso abbiamo pubblicato la segnalazione dell’associazione L’Auriga Cilento che invocava il ritiro immediato della statua “Madonna del Latte” da anni dimenticata nel laboratorio di restauro della dott.ssa Marina Imparato e voilà, in tempi celerissimi e grazie all’intervento di Padre Costantino Liberti e della Diocesi, l’icona sacra è tornata a casa nella chiesa del convento di San Francesco. Quello che induce ancor di più a guardare al futuro in modo fiducioso è che l’agognato rientro è stato comunicato durante un incontro ufficiale fra Diocesi, Comune, Soprintendenze BSAE e BAP e associazioni che si è svolto il 28 settembre proprio al Convento e in cui si è discusso di “Chiese di Altavilla Silentina - ipotesi di interventi”. Si è dato il via così, finalmente, al confronto per la riapertura delle due chiese altavillesi - San Biagio e Sant’Egidio - chiuse del terremoto del 1980. In definitiva, in questa prima riunione, si è concordato che i progetti e gli interventi futuri sui beni ecclesiastici altavillesi saranno seguiti direttamente dalla Diocesi nella persona dell’arch. Rammauro e dalla dott.ssa Felici della Soprintendenza, i quali provvederanno a far sapere agli interessati gli aggiornamenti e le vicende che scaturiranno dall’evolversi della situazione. Si è parlato a lungo anche dell’eventualità di lavorare ad un itinerario storico-culturale-religioso che partendo dal Feo arriverebbe a San Biagio ridonando in questo modo al paese il titolo di “città delle chiese”. Anche la canonica di Sant’Egidio potrebbe tornare in vita divenendo oratorio o museo storico. Le idee non mancano, ora bisogna trovare i fondi. Tiziana Rubano


sabato 9 ottobre 2010

Ad Albanella fiaccolata per le vittime del canale

Per fortuna la gente sta iniziando a prendere consapevolezza della tragedia permanente che rappresentano le strade comunali e provinciali del nostro territorio. La strada provinciale 316 viene solitamente percorsa anche da noi altavillesi per raggiungere Capaccio. La fiaccolata è stata organizzata dall'Associazione "Insieme per crescere". Di seguito il video del servizio della trasmissione Pagine del Cilento.


http://www.youtube.com/v/gdTy2BN1cdk?fs=1&hl=it_IT&rel=0

venerdì 8 ottobre 2010

Cilento Express...ione di inefficienza

Pubblico volentieri la lettera pervenuta in redazione. L'autore è un caro amico del Nord che, ospite ad Altavilla, è incappato in un disservizio che poteva costargli un posto di lavoro... Inefficienza? Superficialità? A volte basta una disattenzione per avvalorare l'immagine stereotipata che si conosce del Sud e questo a discapito di chi lotta quotidianamente per screditarla.

Il Sud è un posto magico. Lo dico da nordico, che ogni tanto deve depurarsi dal nord isterico e petulante. Ho origini perfettamente oriunde, quasi con baricentro esatto: madre siciliana, padre toscano e nato in Piemonte. E proprio in Piemonte, dove risiedo, dovevo recarmi a fine agosto, interrompendo la vacanza cilentana, per la prova scritta di un concorso pubblico.

Cerco su internet, strumento ormai affidabile proprio perché alla rapidità nel reperire informazioni, unisce l’idea che quelle stesse informazioni siano le più aggiornate a disposizione.

Devo recarmi a Capodichino, all’aeroporto di Napoli per un low cost che mi porterà nella capitale sabauda in capo a un’ora e mezza. Da dove mi trovo, Altavilla, scopro che, per non scomodare troppo i miei ospiti, posso prendere un autobus e questo autobus si chiama Cilento Express.

Leggo Wired, una rivista mensile di tecnologia alla quale sono abbonato. Sono indietro e ho in mano il numero di febbraio 2010. Una rivista che sembra di filosofia per certi articoli. Proprio in quello che sto leggendo, si parla di un aliante solare, un progetto per volare con la sola energia del vento e del sole intorno al mondo. Si parla anche di una mongolfiera…

Fantastico: mi faccio portare all’ora giusta alla fermata di Agri Paestum, quella più vicina a dove mi trovo. Arriviamo sul luogo, un agglomerato di negozi e negozietti su uno stradone, con vocazione da centro commerciale. Entro e chiedo dove ferma il bus, non essendoci la “palina”, un posto che possa essere identificato come punto di sosta del bus in questione.

Il primo negoziante mi guarda e sorride, come se gli avessi chiesto se ha visto transitare qualche marziano con l’ombrellone sotto il solleone d’agosto. Ma ancora non mi dice che forse il bus in questione non passa. Dovrò arrivare al terzo negozietto con un proprietario un po’ più loquace e disponibile, per avere il dubbio insinuato esplicitamente: “guardi che forse questo autobus non passa più: è da molto che non lo vedo da queste parti”. Ottimo, anche se intanto il tempo passa e le possibilità di raggiungere Napoli si assottigliano. Chi mi accompagna, ci mancherebbe, si offre pure di portarmi direttamente a Napoli.

E per questo il Sud è un posto magico.

Ma sarebbe anche un posto meno surreale se, a fronte di una ulteriore ricerca su internet – ho un telefono di quelli moderni che si possono collegare al web – e, grazie a un’amica che mi ospita, arriviamo a fare la stessa telefonata e scopriamo la stessa cosa: il Cilento Express non esiste.

Non esiste più dal 2007. Siamo nel 2010 e, alla faccia della rapidità nell’inserire le informazioni e aggiornare il web, sono passati tre anni. Fate una prova e sulla oracolare pagina di Google inserite “Cilento Express”: vi dà ventinovemilacinquecento risultati in zerovirgolasedici secondi.

Interessante per una cosa che non esiste, non trovate?

“Bertand Piccard vede nel volo in mongolfiera una splendida metafora. Come si dirige una mongolfiera? Sapendo che l’atmosfera è fatta di diversi strati di vento, che soffiano tutti in direzioni diverse. «Quindi se vogliamo cambiare traiettoria, dobbiamo cambiare quota. Nella vita, ciò significa salire a un livello psicologico, filosofico e spirituale più alto», dice Piccard. Come si fa? Come si traduce la metafora in qualcosa di più pratico e quotidiano? In mongolfiera è facile: basta lasciar cadere la zavorra […] e si sale.”

Tutto bene quel che finisce bene: ho preso un affidabile treno esistente e resistente, nonostante tutto il male che si può dire, senza sbagliarsi di troppo, sulle ferrovie. Sono arrivato al pelo a Napoli, al pelo a prendere la navetta per l’aeroporto, al pelo per il check-in e per l’imbarco. Mi sono rilassato solo una volta seduto nel claustrofobico spazio assegnatomi dentro l’aeromobile. È il risultato che conta e qui concordiamo tutti. Ma sarebbe bello se almeno su questo il Sud magico diventasse tanto magico da dare il “colpo di reni” finale che, curiosamente consiste in questo caso, semplicemente nella cancellazione di informazioni sbagliate. Anche senza sostituire nulla: nessuno di noi teme l’horror vacui, ma teme moltissimo l’essere indotto volontariamente all’errore.

Penso alle parole che seguono ancora in quell’articolo che in aereo – non proprio una mongolfiera – riprendo in mano: «La gente parla di “spirito pionieristico” pensando che i pionieri sono quelli che sviluppano idee nuove. Non è così. Le idee nuove sono facili da avere. I pionieri sono quelli che hanno il coraggio di buttare fuori bordo molta zavorra. Abitudini. Certezze. Convinzioni. Dogmi. Paradigmi. E quando lo facciamo la vita non è più solo una linea che si sviluppa in una direzione o in una dimensione: diventa l’insieme di tutte le possibili linee che vanno in tutte le direzioni, in tutte le dimensioni».

Chiudo la pagina che sono già in quelle tre dimensioni, fisicamente intendo. L’aeromobile va, nel cielo azzurro sopra il mar Tirreno in direzione nord. Penso che non ci sarebbe niente di pionieristico nell’abolire le tracce web del Cilento Express. Penso che sarebbe bello se la zavorra di quei ventinovemilacinquecento risultati in zerovirgolasedici secondi di Google diventassero zero.

Che bello sarebbe se in questo modo una microscopica, ma comunque significativa, frazione del dogma “il Sud che non funziona” venisse abbattuto.

Luciano Celi

mercoledì 22 settembre 2010

Altavilla. L’omicidio dell’autista della Sita, nuovo articolo su “Cronaca Vera” di Massimiliano Lanzotto

Pubblico dopo aver ricevuto la segnalazione da parte di Oreste Mottola. Da altavillesi abbiamo il dovere di collaborare con la famiglia e gli avvocati alla risoluzione del caso. Chi sa parli. Omertà è colpevolezza.

di MASSIMILIANO LANZOTTO

Altavilla Silentina (Salerno). La sera del 20 dicembre 2007, come tutti i giorni, dopo aver concluso il suo turno, Antonio Mottola, 54 anni, autista delle autolinee Sita, parcheggiò il bus nella area di sosta di Campagna (Salerno): ma contrariamente alle sue abitudini, non fece ritorno a casa, in contrada Olivella di Altavilla Silentina. Dopo l’ultima corsa fermò il bus e si mise alla guida della sua automobile. Ma all’altezza di contrada Castelluccio di Altavilla, intorno alle 22, l’auto fu colpita da un proiettile di un fucile da caccia, di quelli usati per abbattere i cinghiali. Il colpo attraversò il portabagagli, il sedile posteriore e raggiunge polmone e cuore. La morte sopraggiunge poco dopo.

A distanza di oltre due anni chi ha sparato quel colpo mortale non è stato mai trovato. Il tribunale di Salerno, in assenza di prove schiaccianti, lo scorso mese di aprile ha deciso di archiviare il caso. La famiglia non si arrende, vuole giustizia e chiede che vengano riaperte le indagini. “Il lavoro investigativo deve proseguire, il caso deve essere riaperto – dice la moglie Paola Vuolo, 44 anni – Qualcuno sa, ma non vuole parlare. Di cosa ha paura. Ci sono tre figli che vogliono conoscere la verità sul destino del padre”. La donna che apprese la notizia della morte telefonando quella notte stessa sul cellulare del marito, nei mesi successivi ha ricevuto anche un avvertimento. Sul parabrezza posteriore dell’auto ha trovato un scritta inequivocabile tracciata nella polvere: “Ti ammazzo”.

Delitto passionale, incidente di caccia, scambio di persona: di ipotesi sul movente dell’omicidio Mottola se ne sono fatte tante. Nessuna, però, che ha portato a un risultato giudiziario certo. I familiari – assistiti dai legali Ezio Catauro e Carmine Gallo – contestano le indagini nell’immediatezza dell’omicidio. “Perché non furono subito attivati dei posti di blocco nella zona, perché non si tenne conto delle telecamere di sorveglianza installate sulla strada provinciale Campagna-Altavilla”, si chiede il primogenito Emilio Mottola, 34 anni. “Mio padre – aggiunge – era una persona mite, ma potrebbe essere successo qualcosa o che abbia preso le parti di qualcuno e si sia trovato impelagato, suo malgrado, in una situazione difficile. Sono certo che ci sono persone che sanno, ma non parlano per qualche ragione. Gli inquirenti devono tenere conto degli indizi emersi in questi due anni e fare luce sui punti oscuri”.

La vita di Antonio Mottola che i passeggeri della tratta Salerno-Campagna chiamavano “Briciola”, è stata passata al setaccio nelle settimane successive all’omicidio. I carabinieri hanno controllato le telefonate fatte e ricevute dalle utenze cellulari e seguito gli ultimi spostamenti della vittima. “Antonio era un lavoratore infaticabile, attaccato alla famiglia e ai figli. – aggiunge la moglie – Aveva l’hobby della caccia che praticava con un gruppo di amici. Per tutti era una persona alla mano che era pronto a farsi in quattro per un amico. La sua disponibilità verso gli altri era incondizionata, non faceva discussioni con nessuno, scivolava su ogni cosa perché era contro i litigi”.

Le amicizie dell’autista Sita è stata passata ai raggi X. Sono state sentite decine di persone informate sui fatti, compresi due sue ex fidanzate, lontane nel tempo. L’inchiesta che ha cambiato tre magistrati, non ha consentito di acquisire elementi sufficienti per ricostruire la vicenda e individuare l’autore del delitto. “Il caso è stato affrontato, fin dall’evento che ha determinato l’omicidio di Antonio Mottola, con troppa superficialità. – dice l’avvocato Carmine Gallo – Abbiamo avuto un’indagine parziale e, forse, poco obiettiva. Troppe insinuazioni e pettegolezzi si sono fatti, senza alcun riscontro oggettivo, che hanno confuso le indagini su un delitto rimasto ad oggi impunito. Non si è soffermati sulle contraddizioni dell’amico, figura enigmatica nell’inchiesta legata alla vittima da una fratellanza viscerale, né sull’ipotesi di un bracconiere. Infatti, la zona teatro dell’omicidio è conosciuta per la caccia al cinghiale: praticata venatoria esercitata da numerosi cacciatori del luogo. Nessuno di loro è stato mai sentito dagli inquirenti”.

Troppi sono gli aspetti e le contraddizioni nell’omicidio di Antonio Mottola che andrebbero riviste e analizzate di nuovo. Il colpo di fucile, calibro 12, ad esempio, sarebbe stato esploso a una distanza di circa 100 metri, non incompatibile con un appostamento utilizzato per la caccia al cinghiale. “Non sappiamo ancora se il colpo è stato esploso mentre l’auto era in movimento e neppure che marcia era inserita. Troppi sono gli aspetti da chiarire per non chiudere frettolosamente il caso come omicidio senza autori – aggiunge l’avvocato Ezio Catauro – Chiediamo che vengano riaperte le indagini sugli aspetti trascurati, di insistere sui punti oscuri della vicenda e sulle contraddizioni emerse nel corso degli interrogatori delle persone informate sui fatti”.

C’è una cognata dell’autista ucciso che rivela di avergli parlato in un sogno. Antonio Mottola l’avrebbe rassicurata: “ non ti preoccupare, a breve sarà scoperto il responsabile del mio assassinio”. E i sogni sono premonitori. Chissà che questo omicidio avvolto nel mistero non vanga chiarito una volta per tutte. Massimiliano Lanzotto

Cronaca Vera – n. 1972 del 23 giugno 2010, pagg. 8 e 9

lunedì 13 settembre 2010

Perché la statua seicentesca della Madonna del latte non ritorna nella sua Altavilla?

Ecco un nuovo esempio di trascuratezza del patrimonio storico delle chiese altavillesi.


La statua della “Madonna del latte”, appartenente ai beni storico-artistici del Convento San Francesco di Altavilla, sebbene sia stata restaurata da oltre tre anni e non ci siano importi economici da pagare, giace ancora presso il Laboratorio di Restauro e Conservazione di Marina Imparato in VICOLO RUGGI GIOVANNI D' ARAGONA 15 – SALERNO.


Inspiegabilmente chi ha promosso e seguito la lodevole iniziativa non ha ancora provveduto a ritirare o far ritirare la statua e riportarla nella sua sede storica.


Per  la Dr.ssa Marina Imparato, che ha eseguito il restauro, manca unicamente la richiesta di restituzione - più precisamente ritiro del bene - da parte del Parroco di Altavilla Silentina. L’atteso rientro però potrà essere effettuato solo dopo l’emissione dell’idonea certificazione ed autorizzazione per il rilascio da parte della Soprintendenza di Salerno che seguirà la richiesta anzidetta.


La statua della Madonna giunge a Salerno nel 2003 insieme ad altre statue altavillesi che, prontamente restaurate, sembra siano rientrate in paese già qualche anno dopo.


A maggio 2008 il Prof. Paolo Tesauro Olivieri, storico locale residente a Salerno, pubblica un suo studio-ricerca, “Cenni sulla Madonna del latte nella chiesa San Francesco di Altavilla Silentina” nel quale riporta quanto segue: “…. Da un compaesano, tra il 2003 e il 2004 mi veniva riferito che quella icona bella, maestosa era  stata trafugata e al suo posto si trovava una statua dell’Immacolata. La notizia mi lasciò amareggiato. Essa era vera solo in parte, perché da un altro amico compaesano mi veniva riferito che l’icona si trovava in una bottega di restauro in via G. Ruggi del rione Portanova di Salerno gestito dalla restauratrice Marina Imparato…”. Per verificare la verità di quanto appreso, il professore si recò all’istante presso il Centro di Restauro seguendo poi, passo dopo passo, il restauro della statua che si completerà agli inizi del 2007. Nei primi mesi del 2008 Paolo Tesauro Olivieri scrive al Rettore del Convento San Francesco chiedendo un intervento per riportare l’opera sacra nel suo luogo d’origine. Dalla realtà odierna emerge che sulla vicenda ci sia stato un completo disinteresse.


La restauratrice Marina Imparato, contattata in questi giorni, attende tuttora che la proprietà (Curia di Vallo-Parroco di Altavilla) ne richieda la restituzione. Da ricerche effettuate dall’Auriga Cilento, sembra che nel passato si sia attivato un anonimo cittadino altavillese ( pare ex assessore del Comune di Altavilla) che dopo aver verificato il completamento del restauro, chiese di pazientare in attesa dell’ultimazione dei lavori di ristrutturazione-manutenzione della sede originaria della scultura lignea! Ancora una volta “il privato” assume arbitrariamente ruoli e decisioni che portano a disguidi, incomprensioni, inefficienze e causano astio fra cittadini-parroco-soprintendenza.


La scheda di restauro, redatta dalla restauratrice, riporta quanto segue: "La statua della Madonna del latte, con una dimensione di 1,80x0.65m, è stata realizzata, da uno scultore anonimo, nel XVII secolo. La scultura di un unico pezzo ligneo è stata ricavata da un tronco di un albero la cui essenza era la quercia, le parti assemblate erano la mano e la figura del Bambino sul lato destro….”. Secondo le tesi del Prof. Olivieri la statua potrebbe essere stata scolpita da qualche monaco “versato nell’arte del pennello e della scultura” diversi secoli fa, utilizzando un grosso tronco di legno “incavato nella parte di dietro” e, prima del restauro, non uscì mai da quella “nicchia senza altare” dell’angolo destro del tempio di San Francesco…


Come si può notare dalle foto eseguite nel giugno 2007, gentilmente concesse da Arduino Senatore, la statua è imponente e di superba bellezza.


È possibile intervenire celermente per permettere alla cittadinanza di fruire di un bene proprio?  Parroco e Diocesi possono avviare le procedure richieste?


Duole sottolineare che questa è l’ennesima dimostrazione che, malgrado l’impegno profuso vantato da qualcuno in questi mesi, perduri un’assoluta superficialità nel gestire e vigilare sui beni storico-artistici del nostro paese. Non a caso, la pubblica denuncia dell’Auriga Cilento del 20 agosto 2009 e il successivo sopralluogo della Soprintendenza eseguito il 12/12/2009 hanno evidenziato, con documentazione esplicita, lo stato d’incuria in cui versano le chiese di San Biagio e Sant’Egidio chiuse, come sappiamo, da trent’anni. La Soprintendenza, nell’occasione, chiese collaborazione e l’istituzione di un tavolo tecnico per tentare di risolvere il problema. Nella comunicazione del 27/4/2010 e nell’incontro tenutosi il 14/6/2010 con le Associazioni altavillesi, Padre Costantino Liberti, rivendicando il ruolo di legittimo proprietario (come diocesi) dei beni,  si è assunto l’impegno della convocazione del tavolo tecnico. Ad oggi siamo ancora speranzosi di ricevere l’invito.


Quali sono le motivazioni di questo ritardo se l’architetto Rammauro, direttore dell’Ufficio Tecnico dei beni culturali della diocesi di Vallo della Lucania, ha dato la sua disponibilità già dopo un proprio sopralluogo effettuato in data11 giugno 2010?


Dobbiamo continuare a percorrere ancora le solite strade ambigue e dannose che tendono a distruggere la memoria e la storia altavillese?


Noi dell’Auriga Cilento crediamo che l’interesse delle associazioni e dei cittadini, finalizzato alla tutela dei beni storici-ambientali,  dovrebbe essere visto ed accettato come una valida collaborazione nell’affrontare  e risolvere il problema e non come uno strumento di parte utilizzato per altri scopi (politici o personali)!  Per questo motivo ribadiamo ancora una volta, come già fatto nei mesi passati, il  nostro interesse a lavorare in sinergia con tutte le istituzioni, e stimolarle quando necessario, affinché siano eliminate le cause che hanno prodotto i ritardi e i danni che tutti conosciamo.


L'Auriga Cilento, Associazione per lo sviluppo e la promozione del territorio


aurigacilento@gmail.com

sabato 21 agosto 2010

Mi chiamo Altavilla Silentina

Mi chiamo Altavilla Silentina.
Sono un paese con nome e cognome, e ciò è già straordinario, dimoro sopra un colle alle porte dei monti alburni, ormai da circa 1000 anni, quando i Normanni ebbero grazia di edificarmi, anche se risuonano i miei canti in epoche assai lontane specie in quel di “scanno” dove grida di battaglie paiono rimaste intrise nel mio senno. Sorrido ai miei ulivi che spavaldi si ergono ai miei fianchi orgogliosi del frutto che di loro son le sostanze. Da qui allungo il mio dolce sguardo verso ciò che di gioia mi circonda ed è splendido quel che dalla mia altura riesco ad osservare: una luminosa piana solcata dal fiume calore, sullo sfondo uno splendido mare che spesso si confonde con l’azzurro cielo, a volte faccio capolino alla bellissima isola di Capri che in lontananza sembra mandarmi soffi lievi di brezza marina. I monti Lattari e la Costiera Amalfitana, ad ogni tramonto, mi donano splendide effusioni di luce colorata ridisegnando il mio profilo e accarezzando le mie case. Mi preoccupo ogni giorno di riverire, con onesto fare, la splendida mia foresta e la verde macchia mediterranea, che instancabili mi offrono respiri puliti e senza inganni affinché io possa far respirare alle mie genti quell’aria naturale ormai in tante parti spenta.
Quanto splendido può sembrarmi questo allegro gioco della natura, sul quale cavalcano da centinaia di anni culture, storie e sofferenze di un paese ormai trascurato.
Abbasso i miei occhi guardandomi dentro e trovo enormità e somma di grandi eventi, il Guiscardo che con ardito fare riempì i miei spazi con borghi, strade e casolari; il dolore inflittomi in quel del “muro rutto” quando audaci miei paladini contro il di Svevia ebbero a dire nell’ormai lontano ‘246.
Ho avuto anche onor di aver in possesso quell’ ”Albero della Libertà” che di certo non è un pesco, quando di Giacobino mi vestirono e di rivoluzione odor sentivo.
Son stato anche feudo del Durazzo che in epoche assai lontane come Carlo III su un trono si sedette.
Son testimone, eccome, di eventi assai importanti, ne ho visto di soprusi e forse crudeltà, ma racconto anche storie con finali assai gaudenti, se penso ai Sanfedisti che da Eboli portaron sgomento, indicando il giovin Santo in un modo assai balordo ed i conti ebbero a fare con tredici pezzi di bombarda.
Sono stato visitato, in epoca più recente, da militi germani e rigidi yankee, ma il ricordo che ne serbo è assai deprimente se penso alla cappella del santo Germaniello.
Di storie ne conservo tante, belle, tristi e a volte machiavelliche, eppur mi sembra strano che di me in pochi parlano, vorrei che si dicesse, Altavilla è stata grande, ma peccherei d’ immensa arroganza; vorrei che di me si ascoltassero amabili e dolci canti, ma non trovo cantori di cui fidarmi; vorrei si dicesse che della storia sono stato un vanto ma chi dei miei figli se ne prenderà mai l’impegno?
E’ triste, e soffro di un amaro pianto, poiché di me nessuno se ne rammenda che orgoglioso e colmo di speranza racchiudo meco opere grandi: in quel di S. Egidio che fu badia, si legge storia, arte e sapere, dilungo sino a S. Francesco per raccoglier novelle di frati Cappuccini, ne godo a dismisura dell’antica arte che S. Biagio offre a chi in esso si imbatte, ritrovo un po’ più là l’antico sedile, opera di grande stile, che guarda modesto la chiesa di S. Antonino che si trova ad esso dirimpetto; apro poi la porta del mio cuore per dar visione del Carmelo, chiesa centrale assai modesta che del Polittico porta rispetto; se poi sul mio cielo vorrete montare seppur trovandovi a terra i piedi ben piantati, trovate pure la beata che del Montevergine ne è custode.
Sospiro e volgo il mio sguardo anche in piana all’antica Carillia, dove Nostra Signora vestita di bianco solca l’amore di fedeli e credenti che dopo aver tanto sofferto troviamo oggi dell’Ad Nives rispetto.
Racchiudo gaudente questo quadro stupendo in colori smaglianti di un ambiente fiorente, ritaglio nel sogno i colori del borgo per farne cornice all’antico mio centro.
Sappiate rivolgermi almeno uno sguardo poiché io ci sono e voi siete assenti, o figli di questa triste Altavilla, ridatemi prego la mia dignità, suonate le lodi del mio lungo astante e non il pianto chi si sta morendo.
Sono contento di quel che vi offro, sono felice che qui mi hanno posto, ringrazio la storia che mi ha dato passato e l’arte che mi ha dato splendore, vogliate miei figli prenderne cura poiché io mi spengo ma non per natura.
E’ un vero peccato lasciarsi andare quando combatti per chi ti ha salvato, ma sereno mi sento se muoio in ricordo di chi forse ha dato e mai riscosso almeno quel poco, quel tanto che basta, per farmi sentire del mondo un Paese.
Perdonerete se di tanto in tanto trovate le rime in questo mio pianto, ma son dovute e mai volute poiché io non cerco ne allori e medaglie, ma ciò che io sento di chiedere a voi è solo un abbraccio al mio antico splendore.

Altavilla Silentina

mercoledì 23 giugno 2010

Sforzi reali e polemiche virtuali tra i detriti di una comunità

(Risposta al post Chiesa di San Biagio, la risposta di Gerardo Di Verniere)

di Diomira Cennamo

Vorrei intervenire su un punto di questa articolata lettera, punto marginale, se vogliamo, rispetto all'ampiezza della polemica, tarata su ben altre problematiche.
Si continua ad accusare Internet, a far finta che il Web non esista, a sostenere che i collegamenti, il coordinamento e le azioni virtuali non siano dopo tutto reali. La posizione espressa a riguardo e tra le righe da Gerardo in un punto della sua lettera aperta è una posizione che tra cinque anni - mi auguro - nessuno si sentirà più di avallare, ma che attualmente continua a relegare comunità come quella altavillese ai margini della crescita e dello sviluppo sociale, civile ed economico.
Proprio mentre scrivo, nell'azienda per cui lavoro, qualche stanza più in là dalla mia, si sta svolgendo un importante incontro con cui si prenderanno delle decisioni di peso economico rilevante. Lo si farà a distanza, attraverso un sistema di video conference call, più o meno simile, come meccanismo, a quello grazie al quale io con altre sette persone volenterose abbiamo fondato un'associazione 'tale' Auriga Cilento un anno e mezzo fa. Associazione di cui non faccio più parte, ma di cui difenderò sempre gli intenti e le modalità con cui è nata, perché sono anche un mio parto e frutto di tanti sforzi mentali e fisici (e tutt'altro che virtuali, credetemi).
Del convegno citato da Gerardo, che è stato un po' l'ultima battuta della mia presenza in associazione, posso testimoniare (come moderatore dell'incontro) la piena disponibilità a far parlare chiunque lo desiderasse, con una sessione dedicata alle domande che si è conclusa soltanto all'esaurimento delle domande stesse, a cui gli esperti convocati erano prontissimi a rispondere. Ma eravamo in tanti quella sera a poterlo testimoniare...
Detto ciò, soffro sempre nel constatare quanto qualsiasi iniziativa avviata per il bene comune sprigioni polemiche contro piuttosto che sostegno verso gli sforzi e la volontà d'azione dei propri concittadini. Perché sono concittadini anche quelli che non abitano più nella propria città, vero? O forse non meritano attenzione, ascolto, dignità, diritto di parola, nonostante spesso portino ostinatamente immutata per anni la residenza sulla carta d'identità? Doppiamente beffati da una terra che li ha sputati fuori una volta e che gli sputa addosso ora per mezzo di chi è rimasto? Mi auguro di parlare con interlocutori abbastanza intelligenti per rifiutare tutto questo.
Oggi, queste persone, legate a filo diretto con la propria terra d'origine, spinte da un affetto viscerale a ritornarvi, possono finalmente farlo, virtualmente ma con sforzi concreti, prima di un rientro, forse troppo lontano per poter fare qualcosa di buono per questa loro terra.
Oggi, grazie a Internet, le comunità non sono più solo comunità fisiche, ma sono comunità di interesse, in cui chi ha a cuore una causa comune più finalmente lavorare insieme a sua difesa.
Potrei citarvi un numero infinito di esempi di questo tipo. Ve ne faccio solo uno, quello di un'associazione per lo sviluppo territoriale che lavora, attraverso un ufficio virtuale che si chiama Internet e i cui collaboratori sono sparsi nei cinque continenti (l'unico problema è il fuso orario, ma si gestisce anche quello). Ho intervistato personalmente la giovane fondatrice in questo articolo: http://www.workingcapital.telecomitalia.it/2010/05/youth-action-for-change-i-giovani-protagonisti-dello-sviluppo/.
Detto ciò, mi piacerebbe che tutti (e sottolineo tutti) si andasse oltre la polemica e ci si unisca, ognuno con le capacità e la volontà che ha, vicino o lontano, titolato o non titolato, per abbracciare una causa, per risolvere un problema che li accomuna tutti.
Persone come Gerardo non possono e non devono diventare capro espiatorio di inadempienze varie del passato. Anche perché, come diceva qualcuno, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anche perché una persona di buona volontà come lui ha fatto sicuramente quello che ha potuto e saputo fare e che potrebbe continuare a fare molto se giustamente guidato, non da balie ma da istituzioni di tutela che, come giustamente lui dice, dovrebbero essere presenti prima anziché fare la nottola di Minerva, perché altrimenti è chiaro che 'qualcosa' non ha funzionato nel meccanismo stesso della tutela a loro carico. Non vi pare?
Io vorrei vedere tutte insieme forze e volontà, capacità e competenze a lavorare per uno stesso vitale obiettivo: risollevare un paese che sta cadendo a pezzi.
Sapete cosa penso? L'unica cosa che è e resta veramente virtuale sono le polemiche. Superiamole unendoci. Divisi e armati non si fa nulla e gli obiettivi più belli saranno conseguiti con una vittoria amaramente 'monocratica'. Vittora acida, che inasprisce sempre e non è mai vera vittoria.

mercoledì 14 aprile 2010

Il braccio di San Biagio non può restare nella Chiesa di Cerrelli

Il braccio di San Biagio deve tornare a casa sua, nella chiesa che si affaccia sulla piana di Paestum e guarda al “Granato” di Capaccio. E' l'ingiunzione della Soprintendenza, che chiede un tavolo tecnico per il recupero dei beni storico-ecclesiastici altavillesi

Quella reliquia non può più restare nella chiesa di Cerrelli. Lo si afferma una nota del 12 marzo la Soprintendenza per i Beni etnoantropologici per province di Salerno ed Avellino, in una nota spedita all’Associazione Auriga Cilento, al Vescovo Favale, al Parroco don Costantino Liberti, Soprintendenza BAP e nucleo T.P.A. La responsabile del procedimento è Maria Guglielmina Felici, mentre la firma sotto la relazione è direttamente del Soprintendente, Fabio De Chirico: “Relativamente al prezioso Braccio reliquiario del XV secolo, in argento sbalzato ed inciso, dalla scheda in catalogo risulta in deposito presso il Convento di San Francesco, al primo piano, in consegna all’allora parroco. Pertanto è evidente che, in mancanza di autorizzazione, prevista ai sensi del D. Lgs 42/2004 – Codice dei Beni Culturali – Art. 30, la collocazione, documentata fotograficamente, nella teca presso la Chiesa di San Biagio fuori le Mura in località Cerrelli di Altavilla S., appare del tutto arbitraria”. E’ tutta la complessa vicenda che ha portato al non commendevole risultato di avere, ad oltre 29 anni dal sisma del 1980, le principali chiese altavillesi, vale a dire San Biagio intra moenia e S.Egidio, desolatamente chiuse poiché non recuperate. La questione era stata riportata all’attenzione da una presa di posizione dell’associazione Auriga Cilento, diretta da Bruno Di Venuta. Sulla vicenda è subito intervenuto don Costantino Liberti, il giovane parroco di Altavilla Silentina, rettore del Convento di San Francesco. “Sono sorpreso di una lettera così ricca di particolari che non sono stati visti e ne discussi nel sopralluogo effettuato e in particolare mi riferisco al trasferimento del braccio di san Biagio e agli spostamenti delle statue lignee. Il braccio di san Biagio è a Cerrelli con il consenso del vescovo”. Don Costantino si trattiene anche sugli altri aspetti evidenziati dalla Soprintendenza all’interno della chiesa di San Biagio: “Per ciò che riguarda l'esito dei lavori, che a loro giudizio non hanno risolto i problemi, non è di mia competenza, posso solo dire, così come si evince anche dalla relazione, che i lavori sono stati fatti con dovuti permessi e tutti collaudati. Si è esagerati nel dire che il disordine e l'incuria regnano, come si è esagerati nel dire che il pulpito ligneo è abbandonato sul pavimento della chiesa. Per ciò che riguarda i lavori alla chiesa della madonna del Feo, non essendo responsabile io non entro nel merito. A breve mi incontrerò con il vescovo e vedremo il da farsi, come convocare questo auspicato "tavolo tecnico" con le autorità competenti e se vi è la necessità interpellando persone che stanno nel nostro paese e possono esserci di aiuto. E' chiaro che l'incontro non verrà fatto di venerdì santo o in altri giorni particolari, ma verrà fatto in un giorno feriale dove chi è invitato ( l'invito non verrà dato 4 ore prima) potrà prendervi parte”. L’ultima parte del discorso è diretto ai responsabili dell’Auriga accusati per aver tenuto un incontro pubblico, presso il Centro Anziani, nel tardo pomeriggio del Venerdì Santo. La Soprintendenza, dal canto suo, non risparmia una solenne tirata d’orecchi, direttamente indirizzata alla Curia di Vallo della Lucania: “Nell’attesa è indispensabile che la Curia, in quanto ente proprietario dei beni, si attivi per far cessare le situazioni di irregolarità segnalate e mettere in sicurezza i beni storico – artistici in luogo provvisto di impianto antifurto ed antintrusione, inventariando le parti facilmente asportabili come le mattonelle del pavimento e gli altri beni mobili, ponendo attenzione alla conservazione delle parti meccaniche dell’organo che, smontate ed imballate, potrebbero costituire un facile bottino per malintenzionati nell’attesa dello stanziamento di ulteriori fondi per il completamento del restauro; proteggendo, dopo spolvero accurato, i beni lignei già restaurati”. Scontri dialettici a parte, ora si attende che tutti coloro che vi abbiano parte, d’amore e d’accordo, si mettano a lavorare per ridare agli altavillesi i più cari dei loro luoghi di storia e di fede.

lunedì 18 gennaio 2010

Su Facebook si discute di Altavilla Silentina

Sul social network Facebook è stato aperto un gruppo di discusssione su Altavilla Silentina.
Il tutto parte dalla notizia di un incarico da esperto di sicurezza stradale affidato al primo cittadino Di Feo dalla giunta provinciale guidata da Cirielli.
Come mai, si chiedono, un sindaco in carica decide di partecipare ad un concorso pubblico? E come mai lo vince con un lungo balzo di voti all'orale?
Potete seguire la conversazione in tempo reale cliccando qui.
Sul blog di Oreste Mottola trovate un'altra piccola discussione sprigionatasi in coda alla notizia.

giovedì 3 settembre 2009

Lettera aperta a Sant'Egidio


Il 1° settembre, come tutti gli anni, Altavilla Silentina ha festeggiato il suo santo patrono. Che lo abbia fatto solo con la chiusura degli uffici pubblici è un dettaglio.
Nel mese di giugno accompagnavo lungo le viuzze del centro storico di Altavilla una coppia di mezza età di Boston giunta in paese per il desiderio di lui di rivedere i luoghi in cui era nato e cresciuto il bisnonno, poi emigrato per la 'Merica'. Non è stato poco imbarazzante dover comunicare a queste persone, giunte per la prima volta in sessant'anni nel nostro borgo, che alcuni dei suoi più begli edifici storici non erano accessibili al pubblico. Difficile cercare di trasferirvi la perplessità dei loro volti a questa informazione, espressione del tutto simile a quella che sottolineava la loro candida richiesta di delucidazioni: "ma se Altavilla è così bella come mai tante persone vanno via?".
Una delle prime tappe di questa didascalica passeggiata era proprio, dopo il Castello o quel che ne resta, la fantomatica chiesa di Sant'Egidio, in cui sono stata battezzata e di cui io stessa come molti altri giovani altavillesi abbiamo solo un'immagine spettrale non conservandone ricordi 'in vita'. Ebbene, assicurata al portone sbarrato della chiesa con un giro di nastro per pacchi, vi era un foglio con una lettera scritta a mano (la vedete nella foto), che riportava il testo seguente.
Altavilla Silentina, Provincia di Salerno, Parrocchia di Sant'Egidio
In questa Parrocchia tutti lo sappiamo / il suo nome è Parrocchia Sant'Egidio. Sant'Egidio è il patrono d'Altavilla.
Il portone della sua casa, sono trent'anni, è chiuso dal terremoto dell'ottanta.
Trent'anni che io non prego all'Altare Maggiore, prego davanti al portone.
Trenta Pasque che non sento suonare la campana a festa ascoltando da lontano e farmi un segno di croce dicendo 'questa è la campana di Sant'Egidio' ...
Patre Ave e Gloria, Sant'Egidio sei il patrone, apri questo portone, voglio pregare all'Altare Maggiore.
Mangino Francesco, nato l'8-4-42 a Borgo San Martino, Altavilla Silentina
Viva la pace, via Sant'Egidio, viva la pace nel mondo intero
Fa effetto rileggerla ora che Ciccio, da poche settimane, ci ha lasciati. Suona come un appello disperato delle generazioni che pian piano scorrono via alla nostra che è qui ora e che può e deve agire.
Ciccio il banditore, improvvisatosi pubblicista poco prima di morire, ha voluto esprimere con le armi di cui era capace il desiderio ardente di tanti altavillesi. Quella pubblicazione rudimentale - eppure pubblicazione nel suo senso più verace - è il segno della certezza di un'adesione collettiva a questa disperata richiesta espressa in forma di supplica. Tanti, come lui, non hanno potuto più fare la santa comunione in questa cappella. Ma ce ne sono tanti altri che nutrono il suo stesso desiderio.
Non difendere la propria storia è dimostrazione di inciviltà. Il disinteresse che ne è alla base mette a rischio il futuro stesso dei nostri luoghi. Ne siamo tutti responsabili, a partire dagli insegnanti e prima ancora dai programmi scolastici, che non prevedono lo studio del territorio (e, perché no, del dialetto, sempre a patto che non sia una barriera per nessuno). Questo perché, riprendendo il motto del FAI, il Fondo ambiente italiano, che cerca di tutelare il patrimonio storico-architettonico del nostro bel paese, "se lo conosci lo ami e se lo ami lo proteggi". Sillogismo impeccabile, non fa una piega, da stamparsi in fronte a caratteri cubitali.
Gli altavillesi hanno atteso anni e anni la riapertura di questi beni che fanno parte della loro vita e, prima ancora, di quella dei loro padri e dei loro avi, andando molto indietro nei secoli e quasi nei millenni, se ne consideriamo anche gli abbattimenti e le ricostruzioni. Alcuni secoli fa non vi erano i mezzi per rimettere in sicurezza un edificio colpito da un sisma. Oggi non siamo più giustificati a girare la testa dall'altra parte o ad attendere sentendoci impotenti. E' importante unirci tutti, dai proprietari agli amministratori agli amministrati, su cause come questa e capire come fare ad agire per il meglio, azzerando il passato in un atto di autoindulgenza generale per il bene di tutti. Ma bisogna agire subito. Nei lunghi anni in cui la chiesa di Sant'Egidio è rimasta sbarrata ai fedeli, infatti, molti sono stati i furti che l'hanno impoverita. Così come sarebbe un furto assai più pesante recuperare questi beni non conservandone, oltre alla struttura materiale, tutto l'aspetto artistico di esterni e interni. Pensiamo solo alle varie chiese in muratura da secoli oggi intonacate (ricordate il Convento di San Francesco?). Noi oggi non possiamo più macchiarci di queste colpe. Non possiamo più essere ladri di memoria, della nostra stessa memoria.
Alla soglia dei trent'anni dall'ultimo grande terremoto, qualcuno ci ha ricordato il nostro dovere di guardiani della storia pubblicamente e a modo suo rompendo, con un gesto dalla semplicità disarmante, un silenzio lungo quanto colpevole di disinteresse. Facciamo sì che questo gesto inauguri una nuova era, più consapevole e fattiva, della nostra altavillesità.

Per approfondimenti sulla riapertura straordinaria della Chiesa di Sant'Egidio lo scorso 20 agosto cliccate qui.

lunedì 12 gennaio 2009

I racconti di OLIONELLO

"I fanghi tossici"

di Fabio Sacco

Questa settimana OLIONELLO, l’ulivo al centro dell’incrocio di Matinella, ha deciso di occuparsi di uno sport estremo molto praticato ed in voga nelle nostre zone: scavare buche e sotterrarvi rifiuti tossici. 

Ciao Olionello. Buon 2009!

Buon anno anche a te ed a tutti i nostri coraggiosi lettori.

Com’è iniziato il nuovo anno?

Decisamente bene. A parte la troppa pioggia degli ultimi mesi, per il resto ho sentito ottime notizie.

A quali notizie ti riferisci?

Nei primi giorni dell’anno è stata scoperta una discarica di rifiuti speciali in un’area, sottoposta al vincolo paesaggistico, a pochissima distanza dal torrente “La Cosa”, affluente del Calore e del Sele. Questa è un’ottima notizia che mi riempie di gioia. Di contro è anche una pessima notizia.

Perché? Hai appena detto che ti fa piacere…

Certo! Ma ciò che mi scoraggia è il fatto che non si tratta della prima volta che viene fatta una simile scoperta. Già in passato, nelle stesse zone, sono state scoperte delle grosse buche con rifiuti tossici di ogni genere, sotterrati e nascosti. Chissà di quanti siti simili ancora ignoriamo l’esistenza e non sono ancora stati scoperti.

I responsabili di questo crimine sono stati denunciati?

Il proprietario del terreno è stato denunciato a piede libero per inquinamento e per aver realizzato una discarica di rifiuti speciali, a cielo aperto e non autorizzata. Io l’avrei accusato di tentata strage! Ho la netta impressione che la popolazione sia colpevolmente indifferente nei confronti di tali problematiche. Eppure azioni del genere possono provocare danni irreparabili alla salute dei nostri terreni, le nostre piantagioni, i nostri animali, i nostri prodotti tipici (tanto decantati come genuini, protetti e controllati). Inutile aggiungere gli effetti sulla salute degli uomini, ma preferisco fermarmi qui per non spaventarti.

In ogni caso questa persona non potrà più far danni.

Lo spero proprio. Purtroppo l’esperienza mi porta a non essere per nulla ottimista. Questo stesso individuo è stato già protagonista di simili azioni criminali e, nonostante ciò, è ancora libero di far danni.

Scandaloso. Sei sicuro?

Purtroppo è così. Circa 18 mesi fa ci fu un’altra operazione simile, che portò all’arresto di circa 40 persone in tutta la Campania. Ma dopo 3 giorni esatti erano già tutti liberi, perché il loro fermo non fu convalidato. Il nostro protagonista, invece, ottenne gli arresti domiciliari.

Nel 2003 venne scoperta una truffa ai danni dell’Inps: attraverso il sistema dei falsi libretti si assumevano, in maniera fittizia, migliaia di braccianti agricoli, per poi spuntare le indennità concesse dagli istituti previdenziali. E chi c’era tra gli indagati? Sempre lui, l’uomo nero di Matinella!

Cos’altro bisogna scoprire prima di ottenere finalmente giustizia?

Quanta diossina deve ancora essere ingerita?

Quanti veleni devono ancora essere respirati?

Quante malattie devono ancora colpire le nostre famiglie?

È ora di porre rimedio. 

lunedì 5 gennaio 2009

I figli feriti di Altavilla


di Tiziana Rubano


Una sera dell’estate scorsa, mi trovai, quasi per caso, seduta ad un tavolino del bar centrale di Piazza Castello con alcuni vecchi amici, qualche faccia nuova e altri conosciuti nel pomeriggio. Tra i mille discorsi affrontati quello che fece scaldare maggiormente gli animi fu, come è immaginabile, l’abbandonare o meno Altavilla per cercare la propria realizzazione lavorativa e umana altrove. 

Premetto che, per quanto possa amare Torino mia città natale, vivo la lontananza dal paese come se fosse un esilio,  dunque mi colpì particolarmente un ragazzo, non più giovanissimo che, con aria di sufficienza, si inserì nella discussione gettando un fiammifero acceso sulla benzina che fuoriusciva dalle nostre bocche: “Io torno in estate per vedere mia madre, il giorno in cui lei ci lascerà non metterò più piede qui”. 
Il ritorno quindi vissuto come richiamo di sangue. Nessuna nostalgia per la terra, l’odore, le abitudini, le tradizioni. 

Provai a farlo ragionare. 
Io che, nella fredda città piemontese, non passo giorno senza rivolgere a sud un malinconico pensiero. Io che mi addormento ogni sera chiudendo gli occhi alla ricerca di quella pace, che forse voi chiamate tedio, ma per me è impossibile da trovare altrove. Mi resi conto da subito che mi accingevo ad un confronto già perso in partenza. Percorrevamo al contrario due linee parallele che non si sarebbero mai incontrate. Lui fuggito dalla quotidianità noiosa e alienante del paese natio, io attratta da una forza proveniente dalle viscere più profonde di quella terra. Entrambi provammo a sostenere le nostre tesi. Aveva le idee ben chiare. Non era solo la mancanza di lavoro la causa del suo allontanamento, ma soprattutto la “gente”. 
La gente, gli altavillesi. Persone strane. Iniziò con l’espormi un esempio dalle fondamenta poco solide: “Odio stare in coda alla posta ed essere superato da chi è appena entrato perché amico del cassiere o del direttore o di chicchessia”. E’ vero succede e non solo ad Altavilla, ma proprio qualche giorno prima ero stata in posta e il cassiere si era prostrato per aiutarmi a risolvere un problema senza neanche conoscere il mio nome. Mezz’ora dedicata a me e nessun lamento di chi era alle mie spalle. Anche questo succede, a Torino no, non c’è tempo, si va di fretta, ritieniti fortunato se ti vengono concessi un paio di minuti. Mi raccontò di situazioni politiche particolari, di clientelismo, di nepotismo e così via. 

Lo bloccai. Non mi interessava. 
Non è solo la classe politica che fa il paese, come la terra è di chi la lavora, il paese è di chi lo vive. Su questo punto ci trovammo d’accordo, ma proprio questo punto lo infervorò ulteriormente. Ad Altavilla manca la voglia di evolversi, sbraitava. 

Ad Altavilla manca la forza di vivere la propria realtà, lo corressi, e questo vuol dire renderla il più gradevole possibile. 

Ho visto amici impegnare anima e corpo per organizzare un qualsiasi evento e avere come risposta sguardi vuoti e ghigni neanche troppo soffocati dalle stesse persone che, passeggiando su e giù per la piazza con le braccia conserte, lamentano la mancanza di stimoli. Ho visto giovani  costretti a chiudere locali soffocati dall’invidia. Ho visto, da un’estate all’altra, sparire il “campetto”, la “foresta” e così via. Per giocare una partita a tennis bisogna emigrare ad Albanella. Per andare in un locale alternativo bisogna arrivare al mare. Per ballare non ne parliamo. Ho scoperto dell’esistenza degli scavi di San Lorenzo preparando un esame di archeologia medievale a mille chilometri di distanza. 

Perché ad Altavilla, a differenza di altri paesi, anche limitrofi, nulla di positivo riesce a durare? Chiesi. 
“Per via della gente” fu la risposta unanime che s’innalzò da quella piccola tavola rotonda improvvisata. La gente. Ma chi sarà mai questa “gente”? La “gente”, elemento astratto e inafferrabile, si è inserita nella mia vita da quando ragazzina in vacanza ad Altavilla sentivo ripetere “Non stare davanti al bar se no la gente…Non stare in piazza fino a tardi se no la gente….Non uscire con quello perché porta l’orecchino se no la gente…”. Una litania che a me suonava come un bombardamento di timori esasperati ed esasperanti. Immaginavo gruppi di persone ferme agli angoli delle strade in attesa del mio passaggio per poi bisbigliarsi cattiverie all’orecchio e lanciarmi anatemi. Solo una persona, nella mia famiglia,  riusciva a sdrammatizzare. Mio nonno materno, forse forte della sua esperienza americana ironizzava ribadendo che “le critiche giunte alla fine del paese non possono che tornare indietro”, dunque tragitto breve e pochi giorni di sopravvivenza. Così, negli anni, pezzo per pezzo sgretolai l’immagine fantastica e fantasiosa che avevo creato della gente. 

Alla fine gente, la gente siamo noi, la gente siete voi. La gente siamo tutti e tutti dobbiamo guardare nella stessa direzione. E’controproducente ridere di chi con impegno lavora per migliorare quello di cui tutti godiamo, che si tratti dell’apertura di una nuova attività o dell’organizzazione di una serata di festa poco importa, ogni briciola è parte di un pezzo di pane che poi sazierà un po’ tutti. E’ controproducente crescere i figli con il mito del Nord ricco e efficiente, al contrario facciamoli innamorare delle loro origini al punto che li sentiranno sempre imprescindibili dal proprio essere, anche perché, una volta partiti, non solo non mangeranno fusilli al pranzo della domenica o struffoli la sera di Natale, ma vivranno lontani dal calore che unicamente la propria terra e la propria gente possono donare e inevitabilmente, strappati dalle loro radici e da tutto quello che è la loro storia saranno persone a metà, forse con un lavoro più sicuro, forse, ma pur sempre persone a metà. 
“E’ facile per voi, con uno stipendio fisso a fine mese, suggerire agli altri come dovrebbero reagire di fronte alle difficoltà imposte dalla propria situazione”, mi hanno attaccata, quasi all’unisono, i partecipanti, via via sempre più numerosi, di quella intensa conversazione estiva. Questo è indubbio, ma credetemi, quassù è raro leggere negli occhi di qualcuno quel senso di appartenenza che traspare dai vostri e l’essere parte di una comunità, quest’ultima intesa come gruppo di persone che condividono qualcosa di importante, è il primo passo verso la realizzazione di qualsiasi progetto, è impresa titanica scalare una montagna in solitudine.  

Non so se quella sera di mezza estate sono riuscita a convincere il mio nuovo amico, certamente lui mi ha lasciato una riflessione che giro a voi con la speranza che troviate le risposte che vagano, da mesi ormai, negli strati più bui e profondi della mia mente.  

Apparirà retorica, ma come può un paese sito alle porte del Parco Nazionale del Cilento, con alle spalle dei monti superbi e di fronte una delle coste più belle d’Italia, con un centro storico invidiabile e una vista sulla piana del Sele da togliere il fiato, con un potenziale immenso e assopito, in attesa da anni di essere sfruttato, lasciare che i propri figli fuggano e che lo facciano con il desiderio di non tornare più, quasi, e questo mi viene da pensare, a scappare da un amore troppo grande, un amore che li ha delusi, li ha feriti , li ha lasciati andare dandogli probabilmente anche un leggera spintarella sulla schiena per facilitarne il distacco…

Tiziana Rubano

venerdì 2 gennaio 2009

Ecoballe da fotografare

Giustifica
di Franco Benedetto


Parola accattivante che tradisce in pieno il suo significato, essa infatti non è per nulla ecologica: ammassa spazzatura con un film di plastica, racchiude un tot di rifiuti indifferenziati puzzolenti e sbrodolanti.
Personalmente credo che il prefisso “eco” dovrebbe esprimere la qualità naturale di una cosa. Qui però serve più a nasconder la verità che a renderla meno pericolosa. Un immensa “balla” per prenderci per i fondelli. Amo la natura, mi ritrovo a passeggiare spesso tra i boschi o sulle rive del fiume, il degrado è diffuso, evidente e crescente.
Gli interventi di questo giornale, sempre pronti e tempestivi, hanno indicato due aspetti attuali poco rassicuranti per lo sviluppo ma anche per il mantenimento dell’economia locale:
1) le tonnellate di ecoballe che quotidianamente entrano nel comprensorio militare;
2) il degrado e l’inquinamento del fiume Calore.
La regione Campania ha sofferto e soffre per il collocamento dei suoi prodotti. Le mozzarelle alla diossina e i suoli contaminati hanno influito notevolmente sulle vendite campane condizionando anche quei produttori operanti nel pieno rispetto delle norme vigenti.
La nostra zona, ricca di piccoli paradisi naturali, è stata assediata dalle discariche, e dai quei politici che, individuato un territorio dove vivono possibilmente dei “fessi”, decide di sistemarci a tutti i costi cumuli enormi di rifiuti.
Un interrogativo nasce spontaneo: perché i siti scelti ricadono in zone naturali ad alto rischio ambientale? Non riesco a rispondere che una seconda domanda mi assale con più forza della prima: quali precauzioni sono state adottate per evitare la contaminazione della zona?
Le tantissime ecoballe collocate in Persano hanno costituito una collina artificiale ricoperta da un telo enorme e tetro di plastica scura. Sono situate nell’area utilizzata dalla protezione civile, dove prima vi erano numerose roulotte utilizzate durante il terremoto dell’80. Non si conoscono i vincoli di questa convenzione tra lo Stato e l’esercito, tutto top secret, non si conosce la quantità che sarà destinata nel comprensorio e se mai è stato stabilito un limite.
Probabilmente se un limite c’è, esso riguarderà solo i dati economici dell’operazione.
Il tutto avviene sotto giurisdizione militare, dove anche i residenti hanno dovuto sempre sottomettersi alle direttive militari e politiche, nel tempo hanno oltraggiato la zona, privandola delle sue più grandi realtà come l’allevamento del famoso cavallo “Persano” e “sequestrando” la “Casina Reale di Caccia”, presenza architettonica di grande importanza, seconda nella piana del Sele solo ai templi di Paestum.
Si sa solo che un giorno il famigerato sottosegretario ben noto alle cronache, è stato in visita a Persano e ha fatto il miracolo: il trasferimento dei rifiuti dalla città alla campagna.
Il profumo di queste decisioni è giunto sino a noi, donando alla nostra terra il succo colante dei frutti chiamati ecoballe e la lieta presenza di un gigantesco sarcofago nero.
Quest’area della piana è soggetta ad alluvioni durante le piene invernali, due fiumi e diversi torrenti l’attraversano, è ricca di acqua anche nel sottosuolo, tantissime le falde, molte delle quali sono poco profonde, alcune sgorgano in superficie come quella in località “Pozzillo”, dove venne istallata una fontana per uso comune.
Quale abile mente poteva mai concepire la creazione di una discarica di rifiuti alle porte del Cilento, in un bacino idrico di alto rilievo? Il comune di Serre ospita in sostanza una tre discariche, sta assorbendo così tanti rifiuti che i residenti avrebbero impiegato secoli per produrre tali quantitativi.
Personalmente mi sembra più un abuso che una soluzione. Continuiamo a girare intorno ad un problema che avevamo già ben noto negli anni ’80 e che abbiamo portato all’estremo.
Adesso i cittadini stanno pagando le scelte politiche sbagliate dell’ultimo trentennio.
Ricordo di aver letto una teoria tempo fa la quale affermava che l’essere umano è un extraterrestre perché è l’unico essere vivente sul pianeta Terra capace di inquinare mentre gli altri vivono in perfetta simbiosi con l’ecosistema terrestre.
Non vorrei divagare. Continuiamo ad essere presi in giro, e a non essere rispettati. Abbiamo rinunciato alle comodità della città per vivere una vita sana in aperta campagna, adesso dobbiamo subire i rifiuti e l’inquinamento di chi non ha voluto rinunciare a queste comodità.
L’incapacità dello Stato nel trovare una soluzione al problema rende ancora più povera l’economia agricola campana, vittima anche delle tante malefatte di molte industrie del (civile) nord che hanno preferito smaltire in maniera molto conveniente i propri rifiuti tossici.
I soldi sprecati per il trasporto dei rifiuti potevano essere meglio impiegati, avviando la realizzazione di industrie atte al riciclo dei principali prodotti riutilizzabili, così si poteva dare sostegno a zone depresse con nuovi posti di lavoro a vantaggio dell’economia nazionale.
È essenziale avere una politica nazionale attenta a una vita non “usa e getta”, i cicli produttivi devono produrre il minor quantitativo possibile di rifiuti e utilizzare il più possibile materiali riciclabili riducendo al massimo l’uso della plastica. Negli ultimi 50 anni abbiamo rivoluzionato il nostro modo di vivere, prima conservavamo i bottoni che spesso assumevano valore di moneta nei giochi tra ragazzi, oggi compriamo un cappotto nuovo perché abbiamo perso un bottone.
C’è chi chiama questo modo di vivere “benessere”; i tempi ci invitano a considerare invece sotto altra luce il concetto, perché esso non può più significare inutile spreco di risorse preziose.
A Carillia un esempio di riciclaggio lo si deve all’azienda S.L.A.I. che grazie ad un‘apparecchiatura progettata dall’ing. Campus, usa bottiglie di plastica per produrre monofilati sintetici per il cordame nautico. Ovunque tutti possiamo fare molto.
Il problema ha molte facce; se da un lato si accumulano e stoccano rifiuti in maniera impropria, dall’altra sono aumentate le micro discariche abusive e l’abbandono dei rifiuti. In esse si ammucchia ogni cosa, spesso gli si dà fuoco e poi si ricomincia.
Da poco rosea la situazione per l’economia agricola campana sta assumendo aspetti tragici. La cattiva gestione del territorio e dei problemi ad essa connessi porteranno ad un crescente impoverimento di un agricoltura già in difficoltà e ad un ulteriore passo verso il latifondo. La scarsa valorizzazione dei prodotti regionali e l’incapacità di utilizzare al meglio le risorse turistiche, fanno il resto. Oggi i giovani campani sono tra i maggiori aspiranti, insieme ai calabresi ed ai siciliani, ad un posto effettivo nell’esercito. Essi vi intravedono l’unica possibilità per crearsi un futuro, evitando una vita grama, visto che il lavoro manca e le forme di assistenza sono a dir poco offensive.
Sensibilizzato dagli eventi, penso di mettere in cantiere una piccola mostra fotografica sui tanti aspetti dell’inquinamento del nostro territorio. I materiali riguarderanno soprattutto i comuni di Altavilla Silentina, Albanella e Serre.
L’iniziativa è aperta a chiunque volesse contribuire con proprie immagini, l’idea è di realizzarla a breve, dandole un profilo didattico-educativo e di renderla itinerante.
Saluto tutti i lettori, ringraziandoli per l’attenzione verso queste considerazioni e…Mi raccomando, non bruciate materiale plastico!

lunedì 13 ottobre 2008

Nel paese del “zompa chi pote”


L'editoriale di Oreste Mottola

"Fuitevenne", consigliò una volta il grande Eduardo ai giovani della sua Napoli. Succede anche a me di consigliarlo sempre più spesso ai nostri giovani di talento che mi chiedono lumi non sul "cosa fare" da grandi ma sul "dove andarlo a fare" premesso che se così stanno le cose non potrà essere certo nel loro paese di origine. Aggiungo anche di farlo subito prima che l'età vi aggiunga dei legami che poi rischiano di intrappolarli sotto o sopra queste dolci colline. E' accaduto a me, non voglio che loro corrano lo stesso pericolo. Sì, ragazzi, fuitevenne prima che potete, perché anche chi ha oggi pressappoco l'età dei vostri genitori ed ha le redini del potere in mano anche per una prospettiva di rinnovamento del paese ha fallito clamorosamente, forse ancora di più delle generazioni precedenti. Otto anni di gestione ininterrotta della cosa pubblica vuol dire essere ben oltre la "fine dell'anno scolastico" che diversi anni l'amico Fernando Iuliano ci chiese di aspettare prima di redigere "le pagelle". C'è stato "l'esame di maturità", e la "media" è risultata decisamente bassa. Altavilla è un paese allo sbando e non s'intuisce neanche la direzione dello sviluppo futuro: agricolo? Industriale? Borgo dormitorio? L'unica cosa che è chiara è che siamo allo "zompa chi pote", ed i primi ad approfittarne, visti i i fatti che sono più che noti e sono ampiamente conosciuti. Lo fanno pure alla luce del sole, senza vergogna. Come, è più, del passato recente.
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I mesi prossimi saranno caratterizzati da grandi annunci che, immagino, saranno “sparati” prima della fine dell'anno. Sul Belvedere si potrà finalmente rimettere mano a dare un senso ad un quartiere che oggi senso non ha. L'Adsl è tra noi, bene e ci mancherebbe che non mi unisca all'applauso, ma si aspetta che poi Telecom la distribuisca all'utenza. La nota di ottimismo è che la questione è in mano a Salvatore Arietta, assessore che ha ampiamente dimostrato nota buona volontà ed impegno. Gli faccio i nostri auguri e gli assicuro il mio modesto sostegno, affinché il divario digitale di Altavilla possa essere colmato nel più breve tempo possibile. La questione, lo comprendono tutti, è di straordinaria importanza. Arietta è coscienzioso, e sono sicuro che si terrà lontano dal "modello" di quel suo collega che tanto s'impegnò – e ci riuscì – affinché il nostro paese fosse escluso dal progetto del Parco del Cilento che ha voluto legare i paesi dell'interno (anche quelli come Altavilla, ancora in lista d'attesa per diventare "area contigua") ad un albergo della costa, affinché insieme si gestisca un programma di promozione. Altavilla era stata associata all'Hermanos di Ponte Barizzo, ed i fratelli Marsico (gli imprenditori proprietari della struttura) ancora ci stanno aspettando per vedere il da farsi. Silenzio dal municipio nonostante il diluvio di fax, mail e perfino telefonata personale sul cellulare. Perché è accaduto? Boh, è un bel mistero. Oppure no. Un senso c'era. Vuoi vedere che intercettare quel bel po' di turisti che d'estate passano sulla Statale 18 e "dirottarli" verso Altavilla era sbagliato? A costoro poi cosa avremmo fatto vedere? Cominciamo dalla "A" di archeologia, arte ed ambiente? L'area di San Lorenzo? Abbandonata. Il fiume? Inquinato e depredato. Gli ultimi due chilometri di corso, prima di incontrare il Sele: sono uno scandalo. Le chiese di Altavilla – paese? A San Biagio abbiamo messo le porte di ferro dopo il furto. Cielo e Terra? Sempre più un rudere. I nostri bei boschi della Macchia, Chianca e Foresta? Sui primi due ogni tanto si affaccia l'idea di un taglio, per carità di valorizzazione "colturale", potere delle parole, mentre per la "Foresta" sembra ormai imminente l'avvio dei lavori. Non conosco bene la progettazione (nonostante abbia chiesto più volte delle pubbliche delucidazioni) e quindi – per il momento - non mi pronuncio sulle questioni relative all'impatto ambientale. Mi interessa invece avvertire che condurrò una battaglia senza quartiere affinché la gestione del teatro che vi sarà ricavato venga affidato alle migliori energie che questo paese esprime (due nomi su tutti: Alfredo Crisci e Tiziana Di Masi) e non invece – com'è abitudine dei nostri piani alti – al più raccomandato/a che hanno per le mani. Io non mi volterò dall'altra parte (come qualcuno ha fatto con me in una vicenda similare) e griderò forte affinchè non si cancelli il merito, il talento e perfino l'appartenenza a questa comunità, a favore di inconfessabili secondi e terzi fini.
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Mi piacerebbe – ed è il motivo per il quale scrivo questa nota – smettere di consigliare di andarsene altrove per i nostri giovani. Sogno un'Altavilla che faccia l'impossibile per trattenerli qui. Cominciando dal migliorare le offerte culturali e di divertimento. O dagli orari e dei percorsi dei bus scolastici, che sono più meno gli stessi di trent'anni fa. Mi piacerebbe trovare degli amministratori che di fronte ad una proposta come quella fatta a Carillia da Raffaele Barone, preside dell’Istituto Agrario “Fortunato” di Eboli, per una nuova scuola superiore dedicata alla lavorazione del latte vaccino e bufalino, da ubicare nella Piana altavillese, la facciano propria e non dimentichino disinvoltamente. Sì, sogno un'Altavilla dove nessuno dica più "O con me o contro di me", ma dove si scenda dal piedistallo e si chieda di fare dei pezzo di strada assieme, perché ciò è utile a tutti. E quello che è utile a tutti, poi va a migliorare anche la vita dei miei figli e dei parenti più prossimi. Il "familismo amorale" (coltivare l'interesse più immediato mio e magari della mia famiglia a scapito degli altri) è la dannazione del nostro sud. Sottosviluppo economico e civile, delinquenza organizzata: tutto comincia da lì. E' difficile sostenere che nel corso degli ultimi otto anni in questo paese non siano andati drammaticamente avanti fenomeni d'involuzione della nostra società. Inutile citare i fatti. Ed è per questo che mi piacerebbe vedere dell'altro in chi ci amministra. Oggi siamo prevalentemente alle "pubbliche relazioni" con "alte autorità" . So già che sarò gratificato dal solito sorrisetto di sufficienza. Guardate che mica mi arrabbio, dirò solo come Totò: "Lei è un cretino, s'informi…".

Un Casone da Museo ad Albanella

Lettera al Direttore di "Unico"

di Mario Serra

Carissimo Direttore,

da diversi giorni si sta abbattendo sull’Amministrazione di Albanella una bufera per l’abbattimento del famigerato “Casone” di cui, attraverso Unico, avete ampiamente parlato sia con una benevola intervista a Capezzuto di Oreste Mottola, sia con un attacco di Gaetano Ricco all’ignoranza culturale dell’Amministrazione.
E da parte vostra è questa la dimostrazione dell’imparzialità della comunicazione che, e voglio sottolinearlo, non è schiava dei politici.
Oggi, però, leggendo un articolo di Annavelia Salerno su Voci dal Cilento intitolato “Storia – e polemiche – di un casolare abbattuto” ho compreso che la politica utilizza l’informazione vendendola all’uso che la aggrada.
E vi spiego il perchè in quanto, anche se in modo tangibile, sono parte in causa, per vari motivi, alla vicenda “Casone”.
Nel 2007 al posto del Museo di Arte Contemporanea doveva nascere il chiacchierato progetto “Megale Hellas” che, suscitando l’indignazione della stampa nazionale, riuscimmo a fermare con il Gruppo Civico la Buolé.
Eppure, in quella occasione, il periodico “Voci dal Cilento” non esitò minimamente a schierarsi a favore del progetto che prevedeva, tra l’altro, la ristrutturazione del Casone per farne un museo, antiquarium o biblioteca. E non parliamo della ricostruzione dei templi di Paestum con tanto di statua di San Matteo all’interno. A quei tempi il Casone rappresentava, per l’amministrazione, una memoria storica del nostro paese.
Oggi invece, la stessa autrice, parla di un casolare “...vecchio, inutile e pericoloso...” senza aver dato voce a chi non la pensa come l’Amministrazione capezzutiana. Eppure il Casolare è sempre lo stesso. E su questo, come su altre cose, l’amministrazione comunale dovrebbe rispondere.
Ricorre nella informazione il concetto politico delle “affermazioni e delle successive smentite” credendo che le persone, dalla corta memoria, dimentichino tutto nell’arco di qualche giorno.
Prima di giudicare se un immobile è inutile, pericoloso e vecchio si leggano, i nostri comunicatori, cosa recita il Codice dei Beni Culturali (Art. 2 comma 2 del D. Lgs. 42/04): sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.
E se quel casone sgarrupato era per davvero un simbolo della civiltà contadina albanellese forse una valutazione più approfondita andava fatta prima di abbatterlo.
Dalle espressioni della nostra giornalista comprendo che sia completamente a digiuno su cosa sia un bene culturale e, pertanto, non consapevole della gravità delle sue espressioni ha fatto l’errore di valutare sommariamente la faccenda.
Fino ad oggi non sono mai entrato nella polemica Casone/Museo perchè credo che se un immobile è irrecuperabile va abbattuto e, soprattutto, la creazione di un Museo non deve essere ostacolata se alla base c’è un progetto organico di sviluppo che, purtroppo, l’amministrazione albanellese non ha sicuramente.
E se un progetto di sviluppo per il museo non esiste, forse è meglio fermare la creazione di questo Museo visto e considerato che la Corte dei conti in una relazione abbastanza dura stabilisce che i musei degli enti locali rappresentano solo ed esclusivamente una perdita economica per i cittadini.

lunedì 1 settembre 2008

"Altavilla non è più la mia terra."

Il racconto amareggiato di Maurizio Mottola, nipote di un Sindaco d'altri tempi, Francesco Mottola

di Maurizio Mottola

Mio nonno, il notaio Francesco Mottola - "don Ciccio" -, fu a suo tempo più volte sindaco di Altavilla Silentina. Era una personalità "autoritativa", nel senso di assertivo, proteso allo scopo, direttivo. Morì nel 1958 -50 anni fa- e tante cose sono accadute nel frattempo.
Attualmente il prototipo dell'esponente istituzionale è "arrogante", non certo "autoritativo". Al vecchio paternalismo di una volta si è sostituito l'assunto di base "qui comando io e basta".
E la partecipazione, l'informazione, la correttezza dei rapporti con i cittadini ? Rimasugli di ideologia post-sessantottina: ora occorre decisionismo ed ovviamente decide l'esponente istituzionale.
Ed il criterio di ottemperanza alla legalità? "Mi faccia causa" (titolo di un film del 1984, diretto da Steno ed interpretato da Christian De Sica, Enrico Montesano e Gigi Proietti) è la relativa risposta - espressa o inespressa -, nel frattempo si fa come decide l'esponente istituzionale.

Sono queste le considerazioni maturate questa estate 2008 nella brutta villeggiatura trascorsa ad Altavilla Silentina. Il tutto è cominciato sabato 28 giugno 2008 con il ritrovare un ripetitore alto oltre venti metri, piantato nella mia proprietà (sia pure nella parte "detenuta" per l'acquedotto da parte del comune di Altavilla Silentina) ed è proseguita mercoledì 27 agosto 2008 con due vigili municipali ed un dirigente comunale presentatisi nei pressi del cancello del fondo casa rurale di mia proprietà. Mi veniva contestato cha avendo chiamato poco prima i carabinieri (prontamente intervenuti) avevo "intimorito" il conducente del trattore che per conto del comune (e senza che io ne fossi informato) stava effettuando interventi lungo la strada sterrata interpoderale di mia proprietà e così avevo interrotto un pubblico servizio! Ho chiamato il mio legale, che - immediatamente intervenuto - ha chiarito ai convenuti i termini di diritto e di procedura (non so con quale valenza di comprensione degli aspetti legali e formali da parte loro).

Brutta esperienza che mi ha fatto venire in mente sul momento il seguente brano de Il ritorno del principe (Saverio Lodato e Roberto Scarpinato, Chiarelettere): "Gli italiani che oggi subiscono soprusi, ingiustizie, che sono costretti a piegare la testa, stanno sperimentando quello che i loro avi hanno vissuto per secoli: che dietro il prepotente di turno c'è il potente intoccabile il quale si fa beffe del diritto e dello Stato". E dire che si ritiene che in un piccolo centro la distanza tra cittadino ed istituzioni non sia come nei grandi centri. Personalmente ho sperimentato l'abisso tra le mie ragioni di semplice cittadino (tra l'altro ospite ad Altavilla Silentina) e gli atteggiamenti e comportamenti di esponenti dell'amministrazione comunale, presentatisi mercoledì 27 agosto 2008.
Se prima dell'estate 2008 mi avrebbe fatto piacere la scelta da parte di mio figlio di conservare in futuro (quando non ci sarò più) la proprietà del fondo casa rurale, adesso non l'auspico più. Valuto che la presenza ad Altavilla Silentina del ramo Mottola di appartenenza, risalente all'anno 1680, abbia esaurito la sua carica.
Sento inospitale per me questo paese, a cui faccio tanti auguri in quanto comunque terra dei miei antenati e lo lascio però dentro di me al suo destino.