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mercoledì 19 novembre 2014

La sagra della perla bianca festeggia i suoi 32 anni
Ai piedi dei Monti Alburni, a pochi passi dalle Grotte di Castelcivita e dal fiume Calore, il piccolo paese di Controne si prepara ad organizzare la trentaduesima Sagra del Fagiolo. Il pregiatissimo legume coltivato a Controne ha alle spalle una lunga storia cominciata dalla donazione del seme da papa Clemente VII all’Abate di Controne nel XVI secolo. Da allora i Contronesi hanno tramandato e coltivato con dedizione il prezioso dono. Oggi i Fagioli di Controne sono conosciuti e apprezzati in tutto il mondo per le particolarità che li rendono unici. Come ogni anno la Sagra si svolgerà l’ultimo fine settimana di novembre, e precisamente, sabato 29 e domenica 30. La sagra sarà inaugurata, con l’apertura delle taverne, alle ore 17.00 di sabato; la domenica le degustazioni dei piatti cominceranno alle ore 12.00 per terminare a tarda serata. Le taverne saranno sette e prepareranno i seguenti piatti: pasta e fagioli, scarola e fagioli, salsiccia e fagioli, pasta e fagioli con funghi porcini, pasta e fagioli con cozze, lagane e fagioli. Al pranzo della domenica, la Taverna della scarola e fagioli preparerà, invece, il piatto di Bertoldo: rape e fagioli che sarà distribuito ai ragazzi al di sotto dei 14 anni gratuitamente. I fagioli e l’olio extra vergine d’oliva che le taverne utilizzeranno per la preparazione dei piatti saranno rigorosamente di produzione contronese. Lungo le vie del paese si alterneranno vari punti vendita dove sarà possibile acquistare i fagioli direttamente dai produttori di Controne. La degustazione dei fumanti piatti sarà accompagnata da musiche e canti popolari tra il calore dei falò e l’ospitalità dei Contronesi. Il Comune di Controne, per agevolare i parcheggi e lo scorrimento del traffico, ha individuato nel campo sportivo una grande area parcheggio, collegata al paese da navette gratuite; inoltre consiglia ai visitatori di percorrere la strada statale 19 per entrare in paese e la strada provinciale 211345 per uscirne, onde evitare intralci, come da segnaletica predisposta.
Controne vi aspetta numerosi!

domenica 16 febbraio 2014

Altavilla, paese di canti e musica da oltre cinquant’anni. La guerra del 1977



Altavilla, paese di canti e musica da oltre cinquant’anni. La guerra del 1977
L’inno paesano del professore Giuseppe Sacco resiste alla sfida del tempo grazie a Iolanda Delli Paoli

“Altavilla, Altavilla/ Paese di canti e musica/ Ti vede illuminata il marinaio/ Ti ammira verso il cielo la pianura/ Chi ha incontrato in te/ Un grande amore/ Non lo può scordare/ E star lontano”

Nel 1957 cosi recitava la canzone prima classificata al I festival della canzone altavillese. Scritta dal veterinario Sacco e musicata dal maestro Alessandro Di Verniere, la canzone ebbe subita un gran successo e fu cantata da tutti gli altavillesi e divenne il simbolo della piccola cittadina. Recentemente dal gruppo”Altavilla viva in Brasile” sotto la presidenza del nostro concittadino Ezio Marra,la canzone è stata registrata da una cantante professionista, la cilentana Iolanda Delli Paoli, ed è diventato l’inno ufficiale dell’Associazione. Sotto l’egida dell’azione cattolica, viene organizzata anche nel nostro paese il I° festival della canzone altavillese. Professionisti e cittadini comuni, poeti in erba, e maestri e intenditori di musica, vengono messi a dura prova nella composizione. Attilio Senatore, Giuliano De Rosa, il veterinario Giuseppe Sacco, Alessandro Di Verniere, il maestro Suozzo sono gli artefici del festival. Il tifo della cittadinanza , per l’una o l’altra canzone assume “una febbre “ che poco a poco coinvolge tutta la comunità cittadina. Organizzatore e presentatore della manifestazione è Manuccio Di Lucia, giovane studente universitario in giurisprudenza, abile nell’eloquio e padrone dei mezzi espressivi. Le voci di Emilio Giannella ,quella di Attilio Senatore , di Bruno Mazzeo e Giuliano de Rosa danno al festival un’eco che rimarrà nel tempo. Tutte le canzoni del festival vennero registrate su un registratore “Geloso” a nastro,uno dei primi prototipi del tempo. Due giovani, parenti di Duccio Baione, provenienti da Roma,sono i tecnici del suono. Per molti settimane le canzoni vengono cantate e i motivi,anche se accennati, diventano patrimonio di tutta la comunità cittadina. Vent’anni dopo si svolse il secondo festival della canzone altavillese, realizzato dal circolo culturale "tre torri" si svolse, più o meno dicembre 1977, nella sala "La cisterna" di Altavilla. Una trentina le canzoni in in gara, con due serate di eliminatorie e una serata finale. " O cane e mast'andrea" di Manuccio o tabaccaro di Cerrelli e " Altavilla tutto questo sei tu", quest’ultima presentata come di autore anonimo, in quanto quest’ultimo, Davide Pacifico, in quegli anni impegnati si vergognava di aver scritto una canzonetta. “Non ricordo il titolo della canzone vincitrice insulsa ancora più della mia, mi spiace. Quello che ricordo – racconta Davide Pacifico - è che la mia canzone fu oggetto di discriminazione da parte dei benpensanti in giuria. Pur avendo superato in semifinale la canzone poi vincitrice e anche la seconda classificata,in finale arrivò terza e provoò una piccola sollevazione fra il pubblico che la voleva vincente. Ma a quell'epoca una canzone scritta da uno di Lotta Continua (nel frattempo purtroppo qualcuno aveva svelato l'identità dell'autore)e cantata da ragazzi coi capelli lunghi, tutti vicino a quell'area politica, non poteva vincere un festival organizzato da Gerardo Di Verniere”. Il festival ebbe un altro strascico. Giovanni Verrone, redarguito dal papà Antonio (proprietario del locale, la mitica “Cisterna”) per aver partecipato alla protesta scappo' di casa e fu poi recuperato – dagli amici - sul lungomare salernitano dopo due giorni. Un bel casino vero per una semplice canzonetta.


Carmine Senatore e Davide Pacifico

Bruno Mazzeo, maestro – giornalista, cantante e sindacalista




Bruno Mazzeo,  maestro – giornalista, cantante e sindacalista
di Carmine Senatore

Bruno Mazzeo nasce alla fine degli anni venti (il  1928), secondo di sei figli , di cui quattro maschi e due femmine. Il padre, mastro Antonio, era  quello che aveva insegnato il mestiere a mio padre. Mio nonno, pur essendo muratore, come era costume dei tempi, affidava l’insegnamento del mestiere ad un altro mastro, anche se poi andava a lavorare o in proprio o col proprio genitore. Michelino era il primogenito, e a lui era affidato l’educazione e l’orientamento professionali dei fratelli più piccoli. Fu così che Bruno, sotto la guida del fratello, divenne sarto. Però la sartoria non poteva dare un reddito adeguato a tutti, per cui avendo le possibilità, fu aperto un negozio, gestore del quale fu chiamato Bruno. Grazie all’aiuto di Manuccio di Lucia, precettore di gran parte di noi, conseguì la licenza media. Aveva 23 anni.  Bruno divenne l’attore drammatico per eccellenza delle recite parrocchiali. Lo si ricorda nel ruolo di Tommaso Moro, l’umanista cattolico che rifiutò di accettare l’atto di Supremazia di Enrico VIII e lo condusse alla pena capitale con l’accusa di tradimento. Grazie all’aiuto economico del fratello più grande, decise di prendere il diploma di maestro. Passò un paio d’anni in convitto da privatista. Nel 1954 si diploma. Negli anni ‘60, quando, lui incaricato annuale come maestro in località Bosco ed io insegnante nella scuola sussidiata in  Pian del Carpine, andavamo a scuola con la sua Seicento bianca.  Quando il Malnone straripava, era giocoforza  andare a piedi. Via obbligata: un viottolo nel Bosco di Camerine.  Mazzeo diventa dirigente della Coldiretti.  Con l’appoggio della Democrazia cristiana, gli agricoltori ottennero la loro pensione. Fu un avvenimento eccezionale per i tempi: ai contadini per la prima volta fu riconosciuto il diritto alla pensione, anche se modesta. Noi simpatizzanti di sinistra lo criticavamo, in quanto si faceva passare “un diritto”, per una concessione dall’alto. Sarà invece eletto con ampio suffragio prima consigliere  comunale e poi assessore ai lavori pubblici, guadagnandosi il soprannome di “Zaccagnini”, allora ministro dei lavori pubblici e che poi diverrà segretario della Democrazia cristiana nazionale. Era lui che durante le campagne elettorali teneva i comizi più seguiti. Possedeva una buona dialettica, aveva il gusto del motto di spirito e una buona dose di “faccia tosta” di fronte alla gente. Intonato, fu lui uno dei protagonisti del “Festival della canzone altavillese”   tenuto nella prima metà degli anni ’50.  Fu poi apprezzato corrispondente de “Il Mattino”. Si trasferì in seguito con tutta la famiglia a Salerno, dove vive, godendosi  la sua pensione.

martedì 14 maggio 2013

Un esordiente stagionato: il cacioricotta di capra cilentana

– 6 maggio 2013  - Il blog di Gino Cervi

Marina di Ascea, 6 maggio,
terza tappa,
Sorrento-Marina di Ascea, 222 km
Sulla salita di San Mauro Cilento una fila indiana di fichi impaccati fecero la selezione. Uno dietro l’altro, come fossero infilzati da lunghi stecchi di rami di ginestra, i fichi, spandendo le loro fragranze di agrumi e semi di finocchio, e rinforzati da un energetico cuore di mandorle e noci, diedero uno scrollone al gruppo, che allo scollinamento si è trovò ridotto a una manciata di sapori.
Tra questi, nella discesa su Pollica, si buttarono a capofitto pomodori e melanzane, zucchine e peperoni, patate e fiori di zucca; quando li raggiunse in fondo lo spicchio d’aglio si formò una fuga a ciambota che, ben assortita, avrebbe tenuto la testa della corsa fino all’ultima rampa della Sella di Catona.
Qui rinvenne la freschezza tutta primaverile dei taddi e fave: i taddi, i germogli di scarola, si diedero regolarmente il cambio con le tenere favette, insaporite da un filo d’olio crudo. Quando la tiepida minestra pareva sul punto di essere felicemente servita sulla tavola di Marina di Ascea, irresistibile fu il contropiede, lungo il serpentone dei tornati della picchiata a mare, dal casoreceotta re crapa, il cacioricotta di capra cilentana, al suo esordio nella Corsa rosa: grattuggiando secondi su secondi, giunse al traguardo con il vantaggio sufficiente per vincere a braccia alzate: l’occhiatura fine e il color giallo paglierino rivelò a tutti la bontà della sua stagionatura. Al gusto ancora si percepiva la complessità aromatica delle specie arbustive della macchia mediterranea, e in particolar modo della gariga costiera, pianta prediletta dalle capre cilentane libere al pascolo.
Forme di cacioricotta di capra cilentana (da www.agricoltura.regione.campania.it )
Forme di cacioricotta di capra cilentana (da www.agricoltura.regione.campania.it )

lunedì 6 maggio 2013

Caserta vs. Salerno: le 10 mozzarelle di bufala che tutti dovrebbero conoscere

pane-mozzarella-pomodori
in viaggio

Caserta vs. Salerno: le 10 mozzarelle di bufala che tutti dovrebbero conoscere

Caserta vs. Salerno. Attenzione, non è un cavillo gastrofanatico, scegliere le rispettive mozzarelle di bufala rafforza amicizie o divide per generazioni, crea caste e sub-caste, rimanda a visioni della vita incompatibili tra loro come Pd e Pdl (okay, lo so, okay).
Fare ipotesi per risolvere la questione entro un post è insensato, ma se mi seguite vi suggerisco la lista aggiornata (assaggi nel ponte del 1° maggio) dei 10 caseifici sull’asse Castelvolturno / Capua / Caiazzo –il confine di questo ipotetico Regno delle Due Mozzarelle– la cui superiore fighezza è condizione poco negoziabile.
A voi colmare eventuali lacune.

CASERTA



5. ROBERTO BATTAGLIA
Dall’autostrada si può far visita a Roberto Battaglia che fa la spola tra Campania e il mini caseificio a Eataly Roma. L’idea del mozzarella live a Roma è scenografica, ma i migliori risultati sono con la mozzarella lasciata a riposare.
Fiondatevi a Capua per comprarla approfittando dell’offerta a 10,99 € al kg che vi porterà in dono anche ricottina e scamorza in assaggio. L’allevamento è a Caiazzo, luogo ideale per degustare una pizza di Franco Pepe, super pizzaiolo finalista del nostro campionato.
DOVE: Latteria della Bufala – Capua, via Fuori Porta Roma 171. Tel. 327.3311711.
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4. LA REALE
Ecco la deviazione che vi farà saltare il road book e il fiume Volturno in direzione Mondragone per arrivare alla rotonda di Falciano del Massico. Qui troverete il Caseificio La Reale con la mozzarella curata dalla Famiglia Di Benedetto da tre generazioni.
Addentando una mozzarella che sembra sapida per dna darete un nuovo significato alla locuzione “vale il viaggio” anche perché lo dovrete organizzare navigatore alla mano.
DOVE: La Reale – Falciano del Massico, Loc. Case Sparse Rotonda Cappella Reale. Tel. +39 0823.740233.
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3. CASOLARE
Ho nominato Caiazzo? Siete vicini ad Alvignano dove c’è Mimmo La Vecchia con il suo Casolare.
Il recente decreto legge sulla mozzarella di bufala potrebbe mettere in difficoltà questo caseificio attualmente nel Consorzio della Dop per via delle produzione anche di fiordilatte vaccino che impone il doppio stabilimento e la filiera certa. Ma voi andateci con fiducia.
Mimmo dichiara se state comprando mozzarella di bufala 100% (tra l’altro al costo convenienza di 10 € al kg) prodotta con il latte di 12 allevatori di zona o fiordilatte vaccino.
E ha anche il misto bufala ideale per una pizza margherita senza eguali anche nel forno di casa. Niente latte che inzuppa l’impasto e il sapore che più vi piace senza dover asciugare la mozzarella in frigo. E se volete comprarla a Roma, c’è un servizio quasi postale.
DOVE: Casolare – Alvignano, Via Olivella, 12. Tel. 0823 610906 – Cel. 329 6139036.
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2. NONNA ROSA
Riprendiamo la strada con destinazione Aversa. La città normanna tiene a battesimo la mozzarella, Aversana appunto. I documenti storici rassicurano che intorno all’anno Mille, all’Abbazia di San Lorenzo ad Septimum, i pellegrini venivano rifocillati con pane e “mozza”.
Ad Aversa la destinazione è il Caseificio Nonna Rosa. La famiglia Serra è la fondatrice della tradizione campana nel XX secolo. Giusy Serra vi stupirà con il suo burriello, l’apoteosi della mozzarella di bufala ripiena di panna e bocconcini. Occhio, riconoscere che la divinità della mozzarella di bufala esiste e adorarla fino a scoppiare è tutt’uno.
DOVE: Caseificio Nonna Rosa – Aversa, Via Salvo d’Acquisto, 67. Tel. +39 081.5038555.
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1. ANTONIO FARINA
Un piccolo sforzo e siete in vetta, all’assoluto della mozzarella di bufala in terra casertana. A Capodrise troverete il tempio dell’autore del “Mozzastero”, il libro che ogni cultore della mozzarella di bufala dovrebbe tenere sul comodino.
Lui si chiama Antonio Farina e si definisce Casarosofo, cioè colui che ha conoscenza dell’arte del casaro.  E’ un maestro dell’organo con 4 fermentiere collegate che gli permettono di variare l’innesto della cagliata e il sapore della mozzarella, un tripudio di dolcezza che cambia durante l’anno assumendo i toni della stagione.
Probabilmente la migliore mozzarella di bufala al mondo. E, come se non bastasse, la più economica: 9,90 € al kg.
DOVE: Antonio Farina – Capodrise, Viale Italia, 20. Tel. +39 0823.830031.

SALERNO



Salerno, Battipaglia o Paestum? Per trovare le mozzarelle migliori da Caserta Sud bisogna imboccare la A30 per girare alle spalle del Vesuvio allungandosi verso Salerno.
Lì dove inizia il Cilento, la zona di Paestum è diventata la patria della dolce mozzarella salernitana, da contrapporre a quella casertana più salata. Anche se, ma non ditelo ai casertani, la loro mozzarella si è un po’ salernizzata diventando meno sapida mentre i casari pestani si sono avvicinati ai metodi di produzione dei cugini “nordici”.
Qui la strada della mozzarella è più facile da seguire poiché si sovrappone alla S.S 18. Tra Battipaglia e Agropoli ogni anno stilo la mia personale classifica. Il 2013 segna la 34ma edizione (mica chiacchiere).

1. TORRICELLE
Il numero uno di quest’anno è il Caseificio Torricelle che, tanto per smentirmi subito, si trova nella strada che dalla statale porta su a Capaccio.
Il caseificio produce quantitativi ridotti. Il casiere Nino Gorga sa il fatto suo e la piccola azienda di Francesca Bifulco per la seconda volta è balzata in testa con una mozzarella strepitosa e un cuore di latte da svenimento.
Sono tornato nel giro di 48 ore per una conferma e l’aversana ha migliorato la prestazione. Sarà la dea bendata, ma non saltate l’appuntamento.
DOVE: Torricelle – Loc. Torricelle, Capaccio – via Torricelle. Tel.+39 0828.811318.
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2. VANNULO
Dobbiamo ad Antonio Palmieri con la sua Tenuta Vannulo se dalla fine degli anni ’80 la mozzarella è percepita come un baluardo del saper vivere la tavola.
E’ stato il primo a diversificare la produzione con yogurt, gelato, budino e oggetti di pelle. Aggiungeteci la foresteria, le visite guidate, le bufale che ascoltano musica e avrete un quadro non ancora completo.
Vi resta da addentare una mozzarella all’ombra dei roseti e lasciarvi soggiogare dalla bellezza del posto. Gli altri produttori lo hanno a riferimento per stabilire a quanto vendere al chilo, cioè tra 50 centesimi e 1 € in meno.
DOVE: Vannulo - Capaccio Scalo – Via G. Galilei. Tel. +39 0828.727894.
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3. RIVABIANCA
Rivabianca è a un tiro di schioppo da Vannulo, refugium peccatorum di quanti non sono riusciti ad aggiudicarsi la mozzarella del vicino. Per me non è un ripiego.
Anzi Rivabianca, oggi condotta dal duo Rosa Maria Wedig e Luisa Natale Vecchio, negli anni ha anche sopravanzato tutti. Il casaro Pasquale Noce ha fatto scuola anche all’estero e devo confessare il mio conflitto di interessi con l’indimenticabile festa di Londra, Massimo Bottura officiante, per dirvi che il concetto di shelf life della mozzarella può andare oltre le canoniche 48 ore.
DOVE: Rivabianca - Capaccio Scalo, Via Strada Statale 18. Tel. +39 0828.724030.
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4. BARLOTTI
Il Consorzio della Mozzarella di Bufala Dop ha diversi volti. Il Presidente Domenico Raimondo, il Direttore Antonio Lucisano, e poi c’è lui: Raffaele Barlotti.
La famiglia Barlotti è tra i produttori storici di Paestum, l’azienda si trova in una posizione da sindrome di Stendhal, proprio di fronte ai templi di Paestum.
Raffaele parla un linguaggio contemporaneo, e passo dopo passo ha avvicinato la mozzarella alla vetta della classifica salendo costantemente nelle preferenze degli appassionati.
Quando sarà pronto il nuovo caseificio e quello attuale diventerà laboratorio di sperimentazione, i concorrenti dovranno guardarsi le spalle. Voi intanto acquistate le 250 grammi senza liquido di governo e andate a sbocconcellarle davanti al tempio di Cerere. Godendo.
DOVE: Barlotti - Capaccio Scalo, Via Torre di Paestum 1. Tel. +39 0828.811146.
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5. GRANATO
Tra i caseifici più recenti che punteggiano la SS. 18 in località Spinazzo. Enzo Cerrato ha spinto sull’acceleratore della bontà ed è stato premiato rientrando da subito nel tam tam degli appassionati.
Spettacolare lo yogurt che vi terrà incollati alle sedie della zona degustazione al pari delle mozzarelle di medio formato da tagliare all’ombra del pergolato o da portare via nel ritorno in città.
DOVE: Granato – Spinazzo, SS. 18 km. 96+500. Tel. +39 0828.722712.
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Scandagliata mozzarellandia per elencare i 10 indirizzi che tutti dovrebbero conoscere, li ho pure messi in classifica (Antonio Farina per Caserta e Torricelle per Salerno i numeri uno). Sparigliare tocca a voi.
[Crediti | Dissapore, Scatti di gusto, immagini: Vincenzo Pagano]
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9 commenti a Caserta vs. Salerno: le 10 mozzarelle di bufala che tutti dovrebbero conoscere

  1. Molte di queste (eccetto Torricelle che mi manca) le ho provate ed e’ come confrontare chef tre-stellati tra loro. Molto difficile fare una classifica. Pero’ le mozzarelle a Caserta e Salerno sono molto diverse tra loro e non comparabili…
  2. Posso aggiungere Costanzo e La Baronia ai casertani?
  3. no dai, quale PD o PDL?
    per fortuna il mondo delle mozzarelle è un mondo serio e non vedremo mai orrori di mozzarelle ibride con 50% di latte di bufala casertana e 50% salernitana con caseificio alla Bocconi
    • Oddio. Su questo NON metterei le mani sul fuoco.
      A parte la recente questione degli intrecci di un notissimo marchio locale (“popular” ok, ma sempre marchio locale)
      Mi faceva notare un indigeno che lavora nel comparto che contando tutte le bufale d’Italia anche strizzandole si riuscirebbe ad ottenere la quantità di mozzarella “di bufala” che viene annualmente consumata …
      Non parliamo poi dei mesi estivi dove localmente l’arrivo dei bagnanti aumenta a dismisura i consumi locali (e le bufale sempre quelle sono)
      • ne-anche strizzandole
        • Guarda che il problema è esattamente l’opposto. C’è troppo latte di bufala e solo d’estate non è sufficiente. Il tentativo di utilizzare cagliata condizionata per riequilibrare gli scompensi (la destagionalizzazione dei parti di più non può fare) dovuti a fattori commerciali cercava di mettere rimedio a questo problema. L’utilizzo del latte congelato di bufala non è infrequente. Tutte le derive sono dovute alle nostre abitudini di richiesta. La peggiore, volere comprare mozzarella prima di andare a mare. O forse non mangiare mozzarella a novembre-dicembre, il periodo migliore. Non usare il cacioreale, non conoscere il caciocavallo.
  4. Non so se sarà per l’orario, ma questa classifica mi ha fatto venire una fame pazzesca.

lunedì 11 marzo 2013

Vito Puglia Pisciotta nel cuore intervista di Rossella Oricchio


In una delle tante "Lettere a Lucilio", Seneca diceva: "E’ l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto il quale vivi". Tempo di vacanze questo, ma c’è chi in vacanza continua a lavorare, o meglio, non ha bisogno di ritrovarsi in un luogo di vacanza per trovare pace e serenità.
In una delle tante “Lettere a Lucilio”, Seneca diceva: “E’ l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto il quale vivi”. Tempo di vacanze questo, ma c’è chi in vacanza continua a lavorare, o meglio, non ha bisogno di ritrovarsi in un luogo di vacanza per trovare pace e serenità. Capita a chi si reca negli stessi luoghi da anni e vi si ferma perchè è proprio lì che ritrova le proprie radici, il proprio senso di appartenenza o, più semplicemente, se stesso. Parliamo di Vito Puglia, una persona stimata e benvoluta, un personaggio singolare ed autentico. Originario di Pisciotta, di quell’angolo di Cilento immerso nella luce brillante che sembra cadere a picco sul mare e nella frescura degli alberi di olivo, con un paesaggio e tramonti mozzafiato, dove il tempo si è fermato e sembra di vivere in dimensioni più umane. Il personaggio Puglia è un “cantore”, uno che si emoziona per il suo luogo dell’anima che è Pisciotta, appunto. Vito Puglia continua entusiasticamente la sua missione, quella di conservare e custodire parte del fulcro della civiltà contadina in termini di sapori, odori e antiche tradizioni. Una presenza carismatica la sua, consacrata nel proprio credo e nella propria originalità oltre che in un’affascinante storia di amore e radici per la propria terra d’origine. Vito Puglia è dipendente part-time del Ministero per i Beni e le Attività Culturali; amministratore unico di una società a responsabilità limitata per l’organizzazione e lo sviluppo turistico e agricolo, attualmente Membro del Consiglio d’Indirizzo dell’Associazione Slow Food. Tra le varie attività che ricopre, è responsabile dello sviluppo del sistema dei Presidi di alcune produzioni tradizionali campane. Autore di pubblicazioni a carattere turistico ed enogastronomico e collaboratore editoriale di alcune case editrici, testate giornalistiche e televisive. Il suo nome è in special modo legato all’Associazione Slow Food il cui sviluppo ha seguito sin dall’inizio della sua fondazione con impegno a livello dirigenziale, partecipando a vario titolo a quasi tutte le iniziative degli ultimi ventiquattro anni. Ha ideato ed organizzato numerosi eventi e manifestazioni, anche a carattere internazionale, per la valorizzazione e la conoscenza delle produzioni ed il miglioramento dei consumi alimentari.
Inoltre ha curato negli anni l’andamento delle filiere agroalimentari di diversi prodotti tradizionali e di qualità, oggi notevolmente affermati.

Come è iniziata la sua avventura presso un’associazione come Slow Food riconosciuta a livello internazionale?
L’avventura ha avuto inizio fin dal 1986, anno nel quale ho cominciato ad operare all’interno dell’associazione Slow Food attraverso tematiche riguardanti la biodiversità.
Intanto decisi di creare a Pisciotta un club gastronomico dove poter affermare la teoria del “buon mangiare e bere” e, nel contempo, diedi vita con l’ Arci ad un circolo, sempre a Pisciotta.
Nello stesso anno nacque Arcigola,associazione con sede in Piemonte alla quale feci riferimento cominciando a essere il fiduciario di tutta la Provincia di Salerno e interessandomi in particolar modo del Cilento. Fu nell’’89 che scomparve ‘Arcigola’ per far posto a Slow Food, associazione alla quale, attraverso vari incarichi, collaboro da sempre.

Quali finalità si pone Slow Food?
L’associazione accreditata dal Miur, oltre ad avere migliaia di soci in tutto il mondo, propone la cultura del mangiar sano, il rispetto e la scoperta del territorio, riconoscendone odori e sapori, la salvaguardia del patrimonio agroalimentare e lo sviluppo ecocompatibile.

Il simbolo di Slow Food?
La forza dell’ associazione è la lentezza. Il simbolo è la lumaca che porta dietro la sua casa, le sue ricchezze e risorse, le dimensioni umane e ambientali, la semplicità.

Di quali progetti si è occupato finora?
Di tanti progetti, alcuni dei quali sono ancora in itinere. E’ stato promosso il progetto ‘Arca del gusto’, all’interno della struttura di Slow Food. Lo scopo è quello di trovare forme di valorizzazione per la produzione a rischio di estinzione. Tanti i prodotti tipici da salvaguardare: la mozzarella nella “mortella”, la soppressata di Gioi Cilento, le alici di Menaica, il carciofo di Pertosa.

La longevità cilentana, allora, è anche connessa alla salvaguardia di questi prodotti tipici?
Certo, con il rischio di estinzione di questi prodotti, si potrebbe sfatare il mito della longevità di lì a poco.

Intanto l’impronta proveniente dalle sue origini familiari è fondamentale per la sua crescita professionale e umana?
Sì, senza ombra di dubbio.

Quali ricordi conserva della sua famiglia d’origine?
Sono ricordi intensi, speciali. Di mio padre conservo sempre un ricordo vivissimo. Nacque a New York. Figlio di emigranti, era un generale della polizia. Negli anni ’30 ritornò in Italia in seguito a una malattia di mio nonno, il quale espresse la volontà di morire a Pisciotta. Mio padre era conquistato dall’America dal punto di vista delle prospettive di lavoro che offriva, ma ha sempre avuto il cuore a Pisciotta.

Che cosa pensa del Cilento e della ‘cilentanità’, parola con la quale qualcuno ha definito l’appartenenza alle aree cilentane?
Purtroppo nessuno riesce ad essere profeta in patria e tanto meno noi nel Cilento.
L’amata, ma anche a volte odiata terra, è tanto generosa nella sua natura ma spesso la sua gente non riesce ad immaginare strutture organiche che conducano a un sistema virtuoso a vantaggio di tutti. L'orgoglio di appartenenza nasce anche dalla soddisfazione di vivere in una società che ha amor proprio, cura ed attenzione,
capacità di reagire e di tutelare se stessa in un mondo massificato, creando più che
ricchezza, ‘felicità interna lorda’. In poche parole, occorre avere capacità di governo della realtà su sane basi di rispetto delle vocazioni del territorio. La mia esperienza mi ha portato a conoscere nell'intimo molte realtà sociali e produttive, fatte di storie, cose ed umanità straordinarie. Capaci di comunicare suggestioni uniche e rare, con senso di consapevolezza, intelligenza e modernità. Nel mio ruolo di rappresentante di Slow Food ho sempre stimolato tali necessità e spero che qualche traccia sia rimasta, ma è certo che tanto resta ancora da fare.

Cibo e cultura, un binomio importante…
Mangiare è pur sempre un atto agricolo e la cultura della gastronomia è una scienza umana che parla dei paesi e dei territori in maniera intima. Un’appartenenza al territorio si distingue anche e soprattutto per conoscenze e olfattive e degustative. Le sapienze sono affidate a persone di una certa età che stanno scomparendo insieme alle biodiversità.

Quale messaggio lancerebbe ai giovani del nostro territorio?
I giovani che vogliono scommettere a casa propria devono trovare forme di dialogo serio e civile fuori dalle logiche di appartenenza. La mia porta è, e sarà sempre aperta alla pratica ed al dialogo rispettoso e civile. Il mondo ha bisogno di cura e dedizione. Non possiamo pensare che si sviluppi con colate di cemento e improvvisazione. Spero che i giovani capiscano quello che hanno nelle proprie mani e percepiscano la vocazione territoriale. Ho deciso, con la mia famiglia, di investire nella mia proprietà di Pisciotta, che è il mio luogo del cuore. Spesso cuore ed interessi non coincidono ma la mia vera scommessa con il Cilento inizia ora.

Dove terminerà il soggiorno estivo?
A Pisciotta, anche se le mie sono vacanze che non terminano mai.

Dove possiamo trovarla? Magari all’ombra di qualche olivo secolare?
Sì, ma anche nella mia locanda ‘Perbacco’, davvero una sintesi del mio modo di vivere e di pensare.

Giustino Fortunato, sulle vette del Terminio

Fortunato, sulle vette del Terminio



04/03/2013
Giustino Fortunato (1848-1932) nacque a Rionero in Vulture da una famiglia originaria di Giffoni Sei Casali (SA), ai confini con i monti di Serino. Come Deputato del Regno d’Italia coninuò a mantenere accesa la fiaccola del Mazzini e del De Sanctis di volere una Italia Repubblicana, tanto da fondare il giornaletto “L’Unità Nazionale”. Insieme a Pasquale Villari e Gaetano Salvemini fondò anche un gruppo socio-politico di pensatori detti appunto “Meridionalisti”, per presentare e affrontare i problemi socio-economici del Mezzogiorno d’Italia dopo l’Unificazione. Questo gruppo subito si rese conto che il governo centrale favoriva lo sviluppo del Nord a discapito del Sud Italia, dando inizio alla ormai secolare Questione Meridionale: “L’Unità d’Italia è stata e sarà—ne ho fede invitta—la nostra redenzione morale. Lo Stato profonde i suoi benefici finanziati nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali”, il Fortunato disse in un intervento al Parlamento. Insieme al Salvemini, a Benedetto Croce, a Ignazio Silone, Elio Vittorini, Carlo Levi, Giacomo Matteotti… Giustino Fortunato fu anche uno dei primi intellettuali a vedere le nefarie minacce del fascismo nella vita italiana, subito dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.
Nel 1979 Giustino Fortunato portò a termine una vera scalata al Monte Terminio di Serino, uno dei simboli della verde Irpinia. Il Fortunato la descrisse come se fosse stata una scalata al Monte Olimpo per stare in compagnia di Giove, di Giano, di Saturno, di Apollo... La descrizione della salita al Terminio si trova nel libro: “L’Irpinia, i suoi monti, le sue valli e le sue tradizioni di Civiltà e di Cultura nel ricordo di Giustino Fortunato”.

SU E GIÙ PER IL TERMINIO

Catene di monti sfumanti e ondeggianti quasi nuvole dall’estremo orizzonte, mi davano come una vaga sensazione di quell’ignoto, di quell’interminabile, di quell’infinito che tanto affatica la mente…Quegli accordi misteriosi, quelle voci indefinite, che non si sa donde vengano e che compongono la stupenda sinfonia della natura… Sentii che la montagna è la regina della natura, regina indomita e superba, simbolo della sua forza e del suo mistero, della sua purezza incontaminata: la prima che il sole imporpori, l’ultima che esso abbandoni.
Ciò che veramente dà carattere al Terminio è la forma conica de’ suoi monti boscosi, che divisi fra di loro da piccoli pianori pratiferi, s’inseguono l’un l’altro in varie concatenazioni. Facendo nucleo intorno alla Celica, il Terminio è confine e displuvio a’ due Principati. Dal mezzo della giogaia scaturiscono ad angolo acuto il Sabato e il Calore sul versante di Avellino; il Tusciano e il Picentino sul Golfo di Salerno. Scorre il Sabato da vive sorgenti fuor de’ campi di Serino, dalla Valle di Montella esce rumoroso, a Cassano, il Calore, il quale fattoglisi incontro nelle vicinanze di Benevento, raccoglie a mano a mano i tre affluent dall’altipiano irpino. A questo modo il Terminio determina quasi tutto il sistema idrografico della Campania, dalla foce del Sele a quella del Volturno.
Una escursione nella giogaia del Terminio, era da qualche anno, il mio disegno favorito. Ma, poco nota agli studiosi di botanica e di geologia, mancava al mio intento ogni notizia di un possible itinerario; e d’altra parte la insicurezza dei luoghi, sebbene non si udisse più parlare di bande di briganti, rendeva vano tra gli amici della sezione napoletana, ogni disegno di tentativo. Pur mirando spesse volte al Vesuvio quell’ammasso di monti a cime isolate, io non sapevo rassegnarmi ad abbandonare l’impresa. Sull’annottare del 28 luglio scendevamo alla stazione di Sanseverino; e traversati in carrozza i casali di Montoro, che festeggiavano con luminarie e con fuochi d’artifizio non so qual santo protettore, poco prima delle 10 entravamo a Solofra, a qull’ora già muta e deserta. Alloggiati lì presso, in locanda, alle 5 eravamo già pronti a partire per i Mai. Sono i Mai tre punte solitarie di poco ineguali, che si elevano nude all’estremo capo della catena principale; ad esse si connettano i due baluardi maestrali del San Michele a sinistra e del Garofano a destra, tra cui si annida Solofra.
Saliti per Turci sostavamo già in alto a vista di tutta l’ombrosa vallata del Sabato, dinanzi alla mole superba del Terminio e lì fuori a manca ci sorrideva isolato il bel Partenio, alla cui sommità, perduto come un nido di aquila, riluceva candido il Santuario di Montevergine. Piegando a man diritta bisogno dare la scalata, l’un dopo l’altra, a tutte quelle cime rocciose, su le quali a stento fiorisce il garofano silvestre. Scorsero faticosissime due lunghe ore nel salire e nello scendere—senza il più leggero alito di vento e sotto il cielo di metallo—dal Monte Faito alla Serra del Torrone, dal monte Garofalo al Varco della Teglia. Ma lassù eran già le 9, non si respirava che un’aria infuocata. La rapidissima discesa nel vallone della Tornola non fece se non accrescere quell’afa insoffribile di fornace; ma entrati in un bosco che con ansia guardavamo da più tempo, un mormorio di acqua ci risuonò all’orecchio come la più bella musica del mondo, e assetati, corremmo alla sorgente: la più copiosa, la più pittoresca che abbia mai visto. Ivi sedemmo a riposo, nè mai come allora io sentii nell’animo la poesia delle Naiadi e delle Draidi antiche: caste fanciulle immortali, cui Giove affidò in custodia le fonti e le selve delle alte montagne: E salubri ruscelli ed auree antiche benefiche all’abitatore delle valli.

LE MURA DELLA CIVITA

Così rinfrancati dal caldo sofferto, scendevamo per i campi dell’Ogliara, che si stendono su a destra, fino a un rudere della CIVITA, forse l’antica Sabatia degli Irpini, miseramente devastata da’ Romani in punizione di aver parteggiato per Annibale nella seconda guerra punica. E, passato a piede asciutto il greto del Sabato, salivamo su all’antica aia colonica della Casa del Principe, a’ piedi del Monte Terminio, ove già avevamo deciso di passare la notte. Cascavamo dalla fame; e bisognò aspettare quattro lunghissime ore, prima che un bracciante del luogo fosse di ritorno con qualche cibo da Serino.
All’alba del 30, mezz’ora prima delle 5, ripigliammo la via per la costa della Falconara, e dopo solo due ore di salita ne fummo a capo sul prato Lasperto, chiuso da pendici ammantate di faggi. Era la più fresca mattinata che si potesse sperare, placida, come il più bel giorno d’aprile. Traendoci a mano manca, guadagnammo un’altura dell’enorme scoscendimento della Ripa Cannella, il quale cadendo giù a piombo fra il Monte Vernacolo e il Colle di Basso, dà a tutto il versante occidentale del Montagnone la forma concava d’un ferro di cavallo. Ripiegando di là, nella fitta ombra del bosco, toccammo poco dopo il Varco di Collelungo, e tosto prendemmo di petto l’erta dell’ultima falda, su cui si abbarbicano a forza vecchi faggi, da’ rami pendent e da tronchi ritorti, attrappiti e scoriati per i geli e per le nevi d’inverno.
In punto alle otto, ansanti dalla corsa, giungemmo sulla cresta maggiore del Terminio, la cresta a mezzogiorno, in cima a cui fu innalzato dallo Stato maggiore il segnale trigonometrico. Sedevamo sulla cresta maggiore della giogaia, la sola che ricordi la bella flora dell’Appennino. L’ora limpida e tranquilla non poteva essere più propizia al nostro arrivo. La veduta era estesissima, a noi dintorno, e dappertutto—dai poggi irpini ai contrafforti lucani, dall’acuminato Vesuvio all’ampio Vulture sorridente, sui monti e valli di mille colori, fra cielo e mare di una sola tinta cilestrina—dappertutto regnava una quiete dolcissima e splendeva una luce tersa e dorata, che dava all’animo non so quale impressione profonda di calma e di riposo. La Celica, l’aerea, arditissima Celica fatta a mo’ di forca, attirava distinto lo sguardo a cinque miglia in linea retta e, come tutte le altezze solitarie flagellate dai venti, predominava maestosa e solenne. E a quel modo che l’occhio, anche il pensiero errava qua e là a caso.
Mi ricordo tuttora di certe ultime catene di monti, sfumate e ondeggianti quasi nuvole all’estremo orizzonte, che mi davano come una certa sensazione di quell’ignoto, di quell’interminabile, di quell’infinito che tanto affatica la mente; e tutti quei dossi della giogaia sottostante, rigogliosi di vergini selve, mi raffiguravano alla fantasia, l’avida gioia dei primi emigranti, l’ansia dei primi scopritori di una terra sconosciuta, che dal monte corressero alle valli forti di giovinezza e di speranza; e a quel modo che l’occhio, anche il pensiero errava qua e là a caso. Quando ci levammo da sedere, non so quali sogni mi frullassero per il capo, ma certo mi sentivo più lieto e più leggero che mai.
Dando indietro per il versante orientale, ci rimettemmo a pochi passi dalla vetta, nella grande ombra dei faggi, che divenivano più robusti e fronzuti a misura che discendevano per il Vallone degli Uccelli; e là in quell’ambito di vegetazione, fra gli acri profumi dei licheni, in quelle armoniose vibrazioni dell’aria, ci pareva di godere più piena e più dura la coscienza della vita. Il sole mandava per gli interstizii lievi raggi sottili, e gettava a terra sull’umido fogliame caduto, piccoli cerchietti lucidi e ridenti: da per ogni dove, ad ogni fuga di valloncelli, ad ogni falda, ad ogni cima lontana, non comparivano se non verdi boscaglie sotto un azzurro di paradiso, verdi boscaglie vigorose di cento tinte dall’opalino al più cupo smeraldo. Provavo quel benessere indefinibile, che i grandi spettacoli della natura sogliono infondere nel cuore dell’uomo. Sostavo ad asciolvere in su la vena cristallina dell’Acqua della Pietra, che si svolge come nastro d’argento per una conca tappezzata di erba, e riprendendo il cammino a mezzo del Piano di Verteglia, che è davvero la più deliziosa Valletta che si possa immaginare, io pensavo all’età mitologica dell’oro, al beato regno di Giano e di Saturno, ai buoni terrigeni pastori del nostro Appennino; pensavo alla gentile egloga virgiliana, all’idillio amoroso di Dafne e Cloe, alle primavera sacre degli antichi popoli italiaci.

In ricordo della scalata al Terminio di Giustino Fortunato la Pro loco di Serino ogni anno sponsorizza la notte “Terminio sotto le Stelle”. Dedico questo lavoro alla memoria del Francescano Professor Floro Di Zenzo, che si prodigò nell’aiuto del popolo di Serino durante il terremoto del 23 Novembre 1980. Padre Floro offrì un notevole contributo alle prime ricerche archeologiche della Civita e ai susseguenti parziali restauri delle Mura. Discutemmo di questo in una visita insieme alle Mura della Civita. Frater et Magister carissime, Ave atque vale.


Raffaele Di Zenzo